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WILCO
Concerto all'Istituto San Bernardino (Chiari - BS) (29 giugno 2004)
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di Nicola Tedeschi scrivi un'email

foto Zoran Orlic (www.wilcoworld.net)

Arrivo a Chiari per l’unica data italiana dei Wilco e mi trovo all’interno di un istituto salesiano, in un’atmosfera a metà tra una festa di paese, una manifestazione rock di provincia, un grest parrocchiale. Ci sono seguaci della band e abitanti incuriositi, gente che, come me, si è fatta un centinaio di chilometri e ragazzi della zona.

Scommetterei che qualcuno non ha la più pallida idea di chi siano i quattro sul manifesto appeso qua e là in ogni angolo della cittadina. Ma siano benemeriti gli organizzatori che in un piccolo contesto riescono nel miracolo di ospitare una band di questa levatura (nella mia bella Verona solo Sting e Vasco finora, per farvi capire che aria tira).

Salgono sul palco in sei, fin dall’inizio si capisce che le intenzioni sono serie; Tweedy ironizza sulla potenza calorica della cucina italiana e annuncia un set più “slowly” del solito, ma non sarà affatto così.

Wilco è un frullatore in cui decenni di tradizione rock e cantautorale americana vengono miscelati con ingredienti nuovi e stimolanti: ritornelli alla Byrds, passaggi sonori desertici che ricordano Green On Red e Neil Young, psichedelica alla Rain Parade si fondono con il rumorismo che fu di gruppi come Red Crayola e Gastr Del Sol, dando vita a soluzioni che sfiorano talvolta l’avanguardia più sperimentale ed estrema.

Classicità e sperimentazione, quindi: nessuno forse in questo momento sa fondere al meglio queste due dimensioni in un approccio al folk-rock americano che sintetizza al suo interno nelle giuste proprorzioni le radici della tradizione e la frontiera sonora “post-rock” nella sua espressione più compiuta.

Da tempo non vedevo uno spiegamento di chitarre così eclatante, ma due tastieristi e un uso sapiente di effetti e “frippertronics” (la mano di O Rourke si sente, eccome) rendono il suono complesso, a tratti ridondante, con arrangiamenti quasi sempre imprevedibili.

E proprio questo mi è piaciuto dei Wilco: partono con ballate intensamente melodiche e le deformano, le plasmano, le “sciolgono nell’acido” di una distorsione crescente, ricoprendole di strutture e stratificazioni sonore apparentemente caotiche ma in realtà del tutto “intenzionali”.

Decostruiscono le loro ballate folk e le frantumano in un “wall of sound” teso e disciplinato, secondo un climax crescente di “devianza” che ha come riferimenti i Crazy Horse di Neil Young, i Sonic Youth, a tratti persino il marziale e granitico sound dei Fugazi.

La voce di Jeff Tweedy è ottima, pare in forma dopo le recenti vicissitudini mediche (intossicato dai farmaci assunti per curare la sua emicrania).

La scaletta è di altissimo livello, con prevalenza degli ultimi due lavori. Tra i tanti brani segnalo “At Least That’s What You Said”, la cui morbidezza iniziale si trasforma in un potente strumentale distorto; la kinksiana Hummingbird, che per tre minuti mi ha riportato alla Londra degli anni ’60; splendide versioni di Jesus, Etc. e I’m The One Who Loves You; l’easy listening di classe di Theologians, cantata a due voci con un falsetto quasi soul; la monumentale I’m Trying To Break Your Heart, col suo battito cardiaco in crescendo, magnetica e sensuale; la trascinante War On War, con il suo ritornello che molti conoscono e canticchiano.

Acclamato alla fine del set principale, Tweedy mostra di essere in vena e al rientro per il bis ci delizia con alcune ballate più classicamente folk, attingendo alla produzione meno recente e chiudendo con lo stile del tipico songwriter, il gruppo al minimo che lo accompagna senza sbavature.

Me ne torno a casa e penso che rappresentano realmente la linea Mason-Dixon del rock americano.

collegamenti su MusiKàl!
Wilco
- Yankee Hotel Foxtrot
Neil Young - le recensioni
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Fugazi - Argument

 



15 luglio 2004




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