Arrivo a Chiari per lunica data italiana
dei Wilco e mi trovo allinterno di un istituto
salesiano, in unatmosfera a metà
tra una festa di paese, una manifestazione rock
di provincia, un grest parrocchiale. Ci sono seguaci
della band e abitanti incuriositi, gente che,
come me, si è fatta un centinaio di chilometri
e ragazzi della zona.
Scommetterei che qualcuno non ha la più
pallida idea di chi siano i quattro sul manifesto
appeso qua e là in ogni angolo della cittadina.
Ma siano benemeriti gli organizzatori che in un
piccolo contesto riescono nel miracolo di ospitare
una band di questa levatura (nella mia bella Verona
solo Sting e Vasco finora, per farvi capire che
aria tira).
Salgono sul palco in sei, fin dallinizio
si capisce che le intenzioni sono serie; Tweedy
ironizza sulla potenza calorica della cucina italiana
e annuncia un set più slowly
del solito, ma non sarà affatto così.
Wilco è un frullatore in cui decenni di
tradizione rock e cantautorale americana vengono
miscelati con ingredienti nuovi e stimolanti:
ritornelli alla Byrds, passaggi sonori desertici
che ricordano Green On Red e Neil
Young, psichedelica alla Rain Parade si fondono
con il rumorismo che fu di gruppi come Red Crayola
e Gastr Del Sol, dando vita a soluzioni che sfiorano
talvolta lavanguardia più sperimentale
ed estrema.
Classicità e sperimentazione, quindi:
nessuno forse in questo momento sa fondere al
meglio queste due dimensioni in un approccio al
folk-rock americano che sintetizza al suo interno
nelle giuste proprorzioni le radici della tradizione
e la frontiera sonora post-rock nella
sua espressione più compiuta.
Da tempo non vedevo uno spiegamento di chitarre
così eclatante, ma due tastieristi e un
uso sapiente di effetti e frippertronics
(la mano di O Rourke si sente, eccome) rendono
il suono complesso, a tratti ridondante, con arrangiamenti
quasi sempre imprevedibili.
E proprio questo mi è piaciuto dei Wilco:
partono con ballate intensamente melodiche e le
deformano, le plasmano, le sciolgono nellacido
di una distorsione crescente, ricoprendole di
strutture e stratificazioni sonore apparentemente
caotiche ma in realtà del tutto intenzionali.
Decostruiscono le loro ballate folk e le frantumano
in un wall of sound teso e disciplinato,
secondo un climax crescente di devianza
che ha come riferimenti i Crazy Horse di Neil
Young, i Sonic
Youth, a tratti persino il marziale e granitico
sound dei Fugazi.
La voce di Jeff Tweedy è ottima, pare
in forma dopo le recenti vicissitudini mediche
(intossicato dai farmaci assunti per curare la
sua emicrania).
La scaletta è di altissimo livello, con
prevalenza degli ultimi due lavori. Tra i tanti
brani segnalo At Least Thats What
You Said, la cui morbidezza iniziale si
trasforma in un potente strumentale distorto;
la kinksiana Hummingbird, che per tre minuti mi
ha riportato alla Londra degli anni 60;
splendide versioni di Jesus, Etc. e Im The
One Who Loves You; leasy listening di classe
di Theologians, cantata a due voci con un falsetto
quasi soul; la monumentale Im Trying To
Break Your Heart, col suo battito cardiaco in
crescendo, magnetica e sensuale; la trascinante
War On War, con il suo ritornello che molti conoscono
e canticchiano.
Acclamato alla fine del set principale, Tweedy
mostra di essere in vena e al rientro per il bis
ci delizia con alcune ballate più classicamente
folk, attingendo alla produzione meno recente
e chiudendo con lo stile del tipico songwriter,
il gruppo al minimo che lo accompagna senza sbavature.
Me ne torno a casa e penso che rappresentano
realmente la linea Mason-Dixon del rock americano.
collegamenti su MusiKàl!
Wilco - Yankee
Hotel Foxtrot
Neil Young - le
recensioni
Sonic Youth - la Kalporzgrafia
Fugazi - Argument