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THE WHO
Concerto all'Arena (Verona) (11 giugno 2007)
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di Federico Olmi scrivi un'email

foto di Armando Gallo www.leorme.org

Sorge spontanea in noi l’invidia per chi, ai bei tempi andati, potè sperimentare in diretta la potenza del quartetto britannico in formazione originale. Sì perché nonostante la falce della morte abbia nel corso degli anni letteralmente dimezzato questo colosso del rock, e nonostante Roger Daltrey abbia nuovamente manifestato la preoccupante tendenza a smarrire la voce dopo poche note, il potenziale live degli Who rimane impressionante. Certo si è dovuto lavorare molto di intuizione, dal momento che appena spentesi le ultime note di “Who are you”, dopo un quarto d’ora appena di concerto, il cielo ha preso la fatidica decisione di scatenare la sua furia idrica fantozziana sui cieli veronesi. Tuoni e fulmini e concerto interrotto: quando, tre quarti d’ora più tardi, calata la pioggia, si decide di riprendere, la folla esulta all’attacco di “Behind blue eyes”. Peccato che ciò che esce fuori dalla gola del vocalist abbia tanto l’andamento di un elettrocardiogramma. Gesticolazione varia sul palco, alzate di spalle, e Daltrey annuncia che la voce gli si è raffreddata. Abbandona il palco per un malanno di primavera.

Quando, poco dopo, Townshend comunica che “Roger Daltrey’s voice has gone” e che non è più possibile andare avanti con lo spettacolo parte l’inevitabile bordata di fischi, nei quali risuona il tintinnio delle decine di euro del biglietto. Il chitarrista si commuove e decide di tentare l’ultima carta: torna nel retrobottega a parlare col socio. A questo punto scatta il quesito kalporziano: che cosa avrà detto Pete Townshend a Roger Daltrey per convincerlo a riprendere il concerto? “Roger”, fa Pete, “visto che non hai scritto una nota che sia una del nostro repertorio, se non torni su quel maledetto palco farò in modo di levarti tutte le royalties!”. Comunque siano andate realmente le cose il concerto riprende effettivamente sulle note di “Let’s see action”, Daltrey con la voce ormai arrochita in stile Joe Cocker sfiatato, Townshend costretto a cantare più volte (peraltro decisamente bene…) da lead vocalist. Se lo scorcio di concerto ascoltato prima del temporale ha stupito per qualità, il resto ha da un lato gettato una lunga ombra sulla tenuta vocale di Daltrey (non nuovo a simili defaillances durante il tour), dall’altro ha invece abbondantemente risposto alla domanda “Who’s who?”: Pete Townshend non è stato ed è solo un grande autore e un grande chitarrista; è stato ed è forse la più completa incarnazione del rock: più delle dualità Lennon-McCartney e Jagger-Richards, eguagliato forse dai soli Ray Davies e Brian Wilson. Esagerato? Chi era a Verona per l’unica data italiana del tour ha potuto vedere e ascoltare che cosa significhi fare reparto, anzi squadra, da sè. Grintoso anche nella voce, ha condotto in porto un concerto che pareva già naufragato: rattoppato senza dubbio, ma salvo. Pezzi come “Baba O’Riley, “Pinball wizard”, “My generation” o “Won’t get fooled again”, hanno risuonato vagamente surreali nell’imbarazzante pochezza di Daltrey, ma hanno ancora una volta sfolgorato negli accordi imperiosi del compagno: come piramidi immote a sfidare l’erosione degli agenti atmosferici. Il fratello Simon (seconda chitarra), Pino Palladino al basso, Zak Starkey alla batteria: questi i musicisti che permettono alla band di macinare ancora musica; un po’ in disparte, per dire la verità, specialmente i primi due, come figuranti o caratteristi, come a dire: la vera band è quella in primo piano. Un po’ troppo in secondo piano forse, come freddi esecutori. Ma usa così.

I brani del nuovo album, “Endless wire”, non sfigurano accanto ai grandi classici, confermando che anche sul versante compositivo Townshend ha ancora frecce al proprio arco. Ottimi i filmati proiettati sugli schermi del palco, un misto di moderno e vintage, sospesi fra postmoderno e nostalgia del passato. Si chiude con “Won’t get fooled again”, cantata alla meno peggio; ma quando meno te lo aspetti arriva il botto imprevisto che risolleva gli animi: quell’urlo impresso nella memoria collettiva del rock’n roll, quel picco isolato innalzato a piena voce, senza trucchi o accorgimenti da pensionati: Roger Daltrey è ancora lui, nonostante tutto. Addio ai bis, ma il concerto evita il fallimento totale.

SCALETTA:
I Can't explain
The seeker
Substitute
Fragments
Who are you
Behind blue eyes
Let's see action
Eminence front
Relay
Magic bus
Baba O'Riley
The real me
Pinball wizard
The kids are alright
My Generation
Won't get fooled again

 

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19 giugno 2007




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