Sorge spontanea in noi l’invidia per chi, ai
bei tempi andati, potè sperimentare in
diretta la potenza del quartetto britannico in
formazione originale. Sì perché
nonostante la falce della morte abbia nel corso
degli anni letteralmente dimezzato questo colosso
del rock, e nonostante Roger Daltrey abbia nuovamente
manifestato la preoccupante tendenza a smarrire
la voce dopo poche note, il potenziale live degli
Who rimane impressionante. Certo si è dovuto
lavorare molto di intuizione, dal momento che
appena spentesi le ultime note di “Who are you”,
dopo un quarto d’ora appena di concerto, il cielo
ha preso la fatidica decisione di scatenare la
sua furia idrica fantozziana sui cieli veronesi.
Tuoni e fulmini e concerto interrotto: quando,
tre quarti d’ora più tardi, calata la pioggia,
si decide di riprendere, la folla esulta all’attacco
di “Behind blue eyes”. Peccato che ciò
che esce fuori dalla gola del vocalist abbia tanto
l’andamento di un elettrocardiogramma. Gesticolazione
varia sul palco, alzate di spalle, e Daltrey annuncia
che la voce gli si è raffreddata. Abbandona
il palco per un malanno di primavera.
Quando, poco dopo, Townshend comunica che “Roger
Daltrey’s voice has gone” e che non è più
possibile andare avanti con lo spettacolo parte
l’inevitabile bordata di fischi, nei quali risuona
il tintinnio delle decine di euro del biglietto.
Il chitarrista si commuove e decide di tentare
l’ultima carta: torna nel retrobottega a parlare
col socio. A questo punto scatta il quesito kalporziano:
che cosa avrà detto Pete Townshend a Roger
Daltrey per convincerlo a riprendere il concerto?
“Roger”, fa Pete, “visto che non hai scritto una
nota che sia una del nostro repertorio, se non
torni su quel maledetto palco farò in modo
di levarti tutte le royalties!”. Comunque siano
andate realmente le cose il concerto riprende
effettivamente sulle note di “Let’s see action”,
Daltrey con la voce ormai arrochita in stile Joe
Cocker sfiatato, Townshend costretto a cantare
più volte (peraltro decisamente bene…)
da lead vocalist. Se lo scorcio di concerto ascoltato
prima del temporale ha stupito per qualità,
il resto ha da un lato gettato una lunga ombra
sulla tenuta vocale di Daltrey (non nuovo a simili
defaillances durante il tour), dall’altro ha invece
abbondantemente risposto alla domanda “Who’s who?”:
Pete Townshend non è stato ed è
solo un grande autore e un grande chitarrista;
è stato ed è forse la più
completa incarnazione del rock: più delle
dualità Lennon-McCartney e Jagger-Richards, eguagliato
forse dai soli Ray Davies e Brian Wilson. Esagerato?
Chi era a Verona per l’unica data italiana del
tour ha potuto vedere e ascoltare che cosa significhi
fare reparto, anzi squadra, da sè. Grintoso
anche nella voce, ha condotto in porto un concerto
che pareva già naufragato: rattoppato senza
dubbio, ma salvo. Pezzi come “Baba O’Riley, “Pinball
wizard”, “My generation” o “Won’t get fooled again”,
hanno risuonato vagamente surreali nell’imbarazzante
pochezza di Daltrey, ma hanno ancora una volta
sfolgorato negli accordi imperiosi del compagno:
come piramidi immote a sfidare l’erosione degli
agenti atmosferici. Il fratello Simon (seconda
chitarra), Pino Palladino al basso, Zak Starkey
alla batteria: questi i musicisti che permettono
alla band di macinare ancora musica; un po’ in
disparte, per dire la verità, specialmente
i primi due, come figuranti o caratteristi, come
a dire: la vera band è quella in primo
piano. Un po’ troppo in secondo piano forse, come
freddi esecutori. Ma usa così.
I brani del nuovo album, “Endless
wire”, non sfigurano accanto ai grandi classici,
confermando che anche sul versante compositivo
Townshend ha ancora frecce al proprio arco. Ottimi
i filmati proiettati sugli schermi del palco,
un misto di moderno e vintage, sospesi fra postmoderno
e nostalgia del passato. Si chiude con “Won’t
get fooled again”, cantata alla meno peggio; ma
quando meno te lo aspetti arriva il botto imprevisto
che risolleva gli animi: quell’urlo impresso nella
memoria collettiva del rock’n roll, quel picco
isolato innalzato a piena voce, senza trucchi
o accorgimenti da pensionati: Roger Daltrey è
ancora lui, nonostante tutto. Addio ai bis, ma
il concerto evita il fallimento totale.
SCALETTA:
I Can't explain
The seeker
Substitute
Fragments
Who are you
Behind blue eyes
Let's see action
Eminence front
Relay
Magic bus
Baba O'Riley
The real me
Pinball wizard
The kids are alright
My Generation
Won't get fooled again
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