Chi è incapace di mentire viene scoperto
subito, quando prova a non dire la verità. È quello
che accade a PJ
Harvey almeno quando suona: i
dischi belli ma di maniera, come gli ultimi “Stories…” e “Uh
huh her”, sfioriscono al confronto con
un’opera fragile e dolorosa come “White
chalk”.
Questa volta la cantante si avvicina
a un pianoforte, sviluppa gli indizi folk disseminati
casualmente in precedenza e indossa un vestito
bianco, di quelli che le donne hanno nelle fotografie
antiche. Ed è proprio l’abito il
primo indizio per entrare in un album denso di
memorie familiari e di una donna atterrita da
quello che le è capitato, che “ha
reso insignificante tutto ciò che mi faceva
sorridere”, come canta in “The devil”.
Le canzoni di “White chalk” vivono
di ombre ambigue, di voci riverberate, di un
pianoforte che scava il silenzio di una stanza
vuota; in loro c’è un dolore impossibile
da dominare, davanti al quale quella voce così sicura
di sé sparisce, si fa sottile, fragile,
alta e timorosa. Nei dischi migliori di PJ Harvey
(e questo, a scando di equivoci, appartiene alla
categoria) le parole arrivano con una forza tale
da chiedersi se quello che ascoltiamo sia un’autobiografia
o meno: in “White chalk” la partecipazione
emotiva è talmente intensa da lasciare
letteralmente storditi. Non sappiamo più nulla,
né possiamo capire: “Before departure” è una
lettera d’addio prima di un suicidio o
una storia popolare? “The piano” è una
metafora di uno strumento che non sente più le
mani di una donna su di sé, o un livido
quadro di violenza familiare?
E i continui riferimenti
alla perdita di un bambino, sono stati vissuti
sulla propria pelle oppure no? Ecco quale potrebbe
essere la fonte del dolore che permea il disco,
prima solo sussurrato - la mano che si appoggia
dolente sul pianoforte, la batteria a vibrare
come un respiro – in “Dear darkness” (“Cara
oscurità, tocca a te pagare a me e all’uomo
che amo, con tutte le cose che ci hai rubato”),
poi evocato nei flash confusi della bellissima “When
under ether” (“Qualcosa dentro di
me, non nato né benedetto, sparisce nell’etere,
da un mondo all’altro”) e infine
sputato fuori da un’anima distrutta nella
title-track (“Le scogliere del Dorset si
incontrano vicino al mare, dove io facevo camminare
il mio figlio mai nato dentro di me, una volgare
terra cosparsa di gesso bianco mi graffia i palmi,
c’è sangue sulle mie mani”).
Nemmeno il grido altissimo di “The mountain”,
degno del Tim Buckley più visionario,
può riportare serenità, e ci lascia
lì, attoniti per il dolore che abbiamo
assorbito, incerti se avere letto un libro o
ascoltato lo sfogo più doloroso che una
donna possa fare.
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PJ Harvey - la Kalporzgrafia