Freschezza. Questa parola mi risuona in testa
sempre quando ascolto gli Arctic Monkeys. La freschezza
potrebbe chiamare l’immaturità, sono
un po’ i diversi lati della stessa medaglia
come succede di solito negli album di debutto,
in maniera quasi fisiologica se l’età
dei componenti del gruppo si attesta sotto i vent’anni
come in questo caso. Sarebbe – appunto –
normale, ma a chi scrive le Scimmie Artiche non
sembrano peccare neanche di immaturità:
paiono più che consapevoli, consce dei
propri mezzi e di come bisogna usarli, non alla
ricerca di un propria espressività bensì
con la propria risposta musicale già nel
taschino. Certo di strada ne dovranno fare ancora,
e viste le premesse ce lo auguriamo proprio, ma
per ora sembrano già avere piazzato un
colpo da maestro.
E come bisognerebbe chiamarlo un album omogeneo,
con un proprio stile riconoscibilissimo, mosso
da una potenza contagiosa (“The view from
the afternoon”, “From the Ritz to
the Rubble”), a tratti punk (“You
probably couldn't see for the lights…”,
“Still take you home”), riprendente
il filo di certe strutture rock-blues d’annata
(“Fake tales of San Francisco”) e
comunque totalmente contemporaneo, come è
“Whatever People Say I Am, That's What I'm
Not"?
Non si capisce dunque tutto il livore che certi
commentatori hanno versato addosso al gruppo di
Sheffield, quasi che dovessero essere loro quattro
a risollevare le sorti della musica. Dubbio: secondo
me il risentimento è stato inconsciamente
rivolto al concetto di “next big thing”.
Ogni volta che ci propinano qualcosa come tale,
il 99% delle volte poi non lo è. Ma non
è colpa degli Arctic Monkeys! Perché
loro mantengono le aspettative, fanno sventolare
alta la Union Jack davanti alla faccia di chi
ha già piantato bene il suo vessillo come
gli americani Strokes, e si candidano ad esserne
la vera risposta inglese molto più credibile
– a sommesso avviso di chi scrive –
dei cugini scozzesi “cool” Franz Ferdinand
(che peraltro a volte ricordano, come in “Red
light indicates doors are secured”) e dei
perfettini londinesi Bloc Party.
Chi vivrà vedrà, ovviamente, potremmo
essere smentiti bellamente ma è nell’ordine
delle cose di chi si avventura a fare pronostici.
Gli Arctic dovranno unicamente continuare ad essere
loro stessi, magari offrendo più scelta
sonora (l’unico difetto di “Whatever
People Say I Am…” è che tutti
i pezzi sembrano un po’ la stessa canzone…)
e diventeranno un punto di riferimento per l’intera
scena inglese di questo decennio.
Onore e gloria ai ragazzini che giocano a fare
le scimmie, ne risentiremo parlare molto.
collegamenti su MusiKàl!
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Strokes - First
Impressions Of Earth
Strokes - Concerto
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Strokes - Is This
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Franz Ferdinand - You
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