La storia del rock ci insegna che un ispirato
talento a volte può creare una leggenda; quando il
primo viene a mancare, rimane tutt'intorno una nebbia abbacinante
che confonde e nasconde la tragica scomparsa. Questo è
il sospetto che ci è sorto assistendo al concerto di
John Wetton, nell'ambito della rassegna "Freequenze".
Il cinquantunenne bassista-cantante più attivo degli
anni '70 e '80 (Family, King Crimson, Roxy Music, Uriah Heep,
UK, Asia, solo per nominarne alcuni) ha rivelato un certo
affaticamento sul palco del piccolo ma non certo affollatissimo
teatro di Marmirolo. A contribuire a quest'immagine di rockstar
decadente ci si mette anche il piede ingessato di Wetton,
il quale è così costretto a rimanere per tutto
il concerto seduto su uno sgabello al centro del palco. Con
ciò non vogliamo dire che da Wetton ci aspettassimo
prestazioni funamboliche e coreografiche alla Ricky Martin
(o alla Mick Jagger, volendo parlare di esemplari della medesima
era glaciale); ciò che ci aspettavamo era forse una
cura migliore nell'esecuzione di brani che, per bellezza e
qualità (nonché per quella famosa "leggenda
di cui si parlava all'inizio), richiedevano una precisione
impeccabile. La scaletta, infatti, prevedeva un'incursione
profonda nel repertorio dei King Crimson degli anni 73/74,
più alcuni piacevoli fuori programma. Wetton non sempre
si è rivelato all'altezza di se stesso; la sua voce
in alcuni momenti stentava ad uscire con la potenza a cui
eravamo abituati nei dischi, e molte canzoni sono state decorate
da spiacevoli stecche e incertezze esecutive (l'acustica "The
smile has left your eyes", vecchia hit degli Asia, in questa
occasione ha conosciuto ardite e spiazzanti progressioni armoniche).
Paradossalmente, ciò che è risultato più convincente nell'arco dell’intera serata è stato il gruppo di supporto. I Moongarden, gruppo prog-rock di alto livello nel panorama italiano, ha affrontato il repertorio crimsoniano con il rispetto sacrale degli allievi cresciuti a pane e "progressive". Non solo hanno interpretato brani come "Red" o "In the Court of the Crimson King" con maestria e gusto indiscutibili, ma si sono lasciati trasportare in lunghe cavalcate di pura improvvisazione da Wetton, ovviamente avvezzo a questo tipo di situazioni. A rendere ancora più interessante questa compagine ha sicuramente contribuito la presenza di un secondo batterista (Riccardo Biancoli, stimatissimo musicista jazz, affiancato al batterista dei Moongarden, Massimiliano Sorrentini), e lo stick di Cristiano Roversi, strumento dalle illimitate possibilità sonore.
Il momento più alto della serata è sicuramente stato toccato con la conclusiva "Starless"; qui Wetton ha certamente dato il meglio di sé, non solo nelle parti vocali, ma anche nella lunga parte centrale, in cui ha diretto egregiamente la stroboscopica girandola di suoni sfociante nel toccante tema finale, in cui il chitarrista David Cremoni ha potuto dare sfogo al suo naturale e spiccato lirismo.
Possiamo dunque parlare di un concerto riuscito
a metà; anzi, per quattro quinti, se vogliamo contare
il numero dei musicisti. Certamente ci saremmo aspettati di
più da Wetton. Ma, come per tutte le leggende, ci è
bastato (ri)vivere il mito e dimenticare qualche umana troppo
umana imperfezione.