Recensendo l’EP “Nice.
Splittin’ Peaches” uscito l’anno
scorso per la Ace Fu avevo supposto come l’utilizzo
di elementi acustici e l’esplosione melodica
dei brani fossero elementi da prendere seriamente
in considerazione nell’immaginare la possibile
track list di “The Wedding”. Bè,
oggi mi trovo a dover rivendicare fortemente tale
affermazione.
Il matrimonio accennato nel titolo non
avrà magari l’avventurosità
maliziosa di “Each
One Teach One” e “Anthem
of the Moon” ma porta con sé
una completezza e una varietà che devono
per l’ennesima volta (non che la cosa si
stia facendo seccante, tutt’altro) far togliere
il cappello dalla testa. Ma prima di addentrarci
nello specifico dell’album converrà
sgombrare il campo dalle varie inesattezze captate
dai media a ridosso dell’uscita di “The
Wedding”: innanzitutto il suono della band
non è assolutamente rivoluzionato, e non
è vero che quelli ascoltati qui dentro
non sembrano gli Oneida.
Anzi, è vero tutto il contrario! Proprio
in un lavoro come questo, arricchito da archi
e altri strumenti acustici, è possibile
notare con ancora maggior vigore l’identità
profonda del suono costruito nel corso degli anni
da questo terzetto ex quartetto. Come secondo
punto, è una menzogna bella e buona quella
che descrive l’ultimo lavoro licenziato
dalla band come “l’unico facile da
ascoltare”; è vero, la direttrice
pop acquista parecchi punti, ma questo non equivale
a ipotizzare una svendita del sound. Una tale
affermazione può essere presa per buona
solo se chi l’ha pensata proviene solo ed
esclusivamente dall’ascolto del primo cd
di “Each One Teach One”. Basterebbe
infatti conoscere “Come
On Everybody Let’s Rock” per rendersi
conto di come nulla che sia presente qui dentro
sia stato frutto del caso o abbia alle spalle
un preciso disegno di marketing industriale.
Risolte queste possibili perplessità la
prima cosa che viene naturale rimarcare è
il tris di brani che apre la kermesse: “The
Eiger”, “Lavender” e “Spirits”
rappresentano nella loro sequenza, nella loro
morte e rinascita qualcosa di molto vicino alla
perfezione. “The Eiger” è una
strepitosa danza per archi, resa ariosa dal cantato,
con quell’intrecciarsi sognante di voci,
eppure sempre vagamente ansiogena, esempio perfetto
dell’identità sonora a cui facevo
riferimento in precedenza: pur con una veste decisamente
pop – e che pop!!! – il brano si dipana
sfruttando comunque la reiterazione che da sempre
è uno dei marchi di fabbrica della band,
e che in questo caso sembrano condurre a un matrimonio
(sempre per restare in tema) l’utopia vocale
dei Beach Boys e gli esperimenti di LaMonte Young.
“Lavender”, aperta dall’ecclesiastico
vibrare di un organo, è in realtà
una marcia spezzata e incessante in cui gli strumenti
si compenetrano fino a raffigurare una vera e
propria fuga psicogena, in cui la voce irrompe
disegnando scenari improbabili. “Spirits”
chiude il trittico d’apertura movendosi
in territori meno geometrici, in cui l’amore
per la lisergia e per gli anni ’70 da sempre
parte integrante del DNA degli Oneida prende saldamente
le redini.
Ok, basterebbero queste tre gemme per salvare
dalla mediocrità e innalzare agli onori
della cronaca qualsiasi album, ma qui il resto
dei brani si assesta sempre su livelli di eccellenza,
a volte arrivando seriamente a sorprendere. Come
nella pace acustica di “Run Through My Hair”
in cui gli Oneida si travestono da Inti Illimani
e conducono l’ascoltatore in un regno fatato,
di tanto in tanto squarciato da una chitarra acidula.
Altri episodi, come “High Life”, aderiscono
maggiormente all’idea consolidata che è
stato possibile farsi nel corso degli anni, pur
mantenendo quell’aura misteriosa e al perfetto
incrocio tra pace e ansia che sembra realmente
il marchio distintivo di “The Wedding”.
Che giocano anche a rincorrere la propria memoria
musicale, come nello scimmiottamento divertentissimo
dell’Hard Rock racchiuso in “Did I
Die” o nella New Wave dissonante e funerea
di “Heavenly Choir”. Per poi continuare
a regalare perle: “Charlemagne” è
un’elegia pop per tastiere giocata sull’accumulo
continuo di suoni, “The Beginning Is Nigh”
è la “solita” canzone degli
Oneida destinata a dipanarsi e a reiterarsi, “August
Morning Haze” chiude l’album con la
canzone più puramente post-rock composta
dalla band dai tempi di “Whitey Fortress”,
ma con una differenza sostanziale. Il brano che
apriva “Enemy Hogs”
era stanco e sbiadito, questo è vitale
e ispirato.
Chi si immaginava la pedissequa ripetizione di
quanto già proposto in precedenza ha qui,
eternamente, la prova della propria mancanza di
lungimiranza. Poco importa in fin dei conti quale
sia il matrimonio al quale alludono Hanoi Jane,
Kid Millions e Bobby Matador, ma una cosa è
certa: dopo l’ascolto di questo album pretenderemo
tutti di essere tra gli invitati.
collegamenti su MusiKàl!
Oneida - la Kalporzgrafia
Beach Boys - Pet
Sounds