“I Balcani sono una polveriera”:
quante volte lo abbiamo sentito dire, e quante
volte questa frase si è poi rivelata vera?
Un’Europa ancora nascosta, che il mondo
ha imparato a conoscere solo attraverso i film
di Kusturica e Paspaljevic; eppure, la vitalità
musicale di quelle terre è ancora tutta
da indagare. Ci ha pensato Goran Bregovic, certo,
che i serbi accusano di aver rubato le melodie
rom e di averle svendute all’Occidente;
la Kocani Orkestar ha prestato i suoi servigi
ubriachi a Vinicio
Capossela: eppure, possibile che per riscoprire
un focolaio di musica meravigliosa dovessero arrivare
due americani di Albuquerque, New Mexico, come
Zach Condon (con i suoi Beirut) e Jeremy Barnes,
ex-batterista di uno dei gruppi indie-rock più
citati e meno conosciuti al mondo, i Neutral Milk
Hotel?
Proprio Barnes, con i suoi A Hawk And A Hacksaw,
ha impiegato due album ad arrivare al nocciolo
della questione, e ora, con “The way the
wind blows”, ha capito una cosa fondamentale:
pure in mezzo alle tradizioni musicali che cambiano
da paese a paese, il vero cuore della musica balcanica
è la festa, la celebrazione del suonare
assieme, e poco importa che siano marce funebri
(la dolente “In the river” d’apertura)
o danze scatenate (“Gadje sirba”).
Ed è una musica, questa, che si conosce
e si impara solo viaggiando, stando a contatto
con la gente, ripescando la gioia del fare
musica: per “The way the wind blows”,
Barnes ha ricostruito una mappatura dell’Europa
dell’est fatta di note, radunando attorno
a sé la violinista klezmer Heather Trost
(straordinaria nel dettare il tempo alla forsennata
“The sparrow” o a invitare a una lenta
danza circolare in “Waltz for strings and
tuba”), la Fanfare Ciocârlia (brass
band romena che borbotta al suo meglio riprendendo
la melodia tradizionale di “Gadje sirba”)
e lo stesso Zach Condon dei Beirut (alla sua tromba
il compito di scuotere in cuore agitato di “Fernando’s
giampari”); infine, ha portato tutti in
un piccolo villaggio della Romania, Zece Prajini,
dove il disco è nato in un clima irripetibile.
Trenotto minuti anarchici e gioiosi, anche quando
l’atmosfera sembra farsi mesta: suonare,
in questi luoghi, è recuperare le proprie
radici (che cosa ci farebbe altrimenti l’oud
in “God bless the Ottoman Empire”,
se non ricordare la lunga dominazione turca sui
Balcani?), celebrando ogni occasione. Per chi
è stato in queste terre, “The way
the winf blows” sarà un tuffo al
cuore, e dovrà sforzarsi per non correre
a fare la valigia e ripartire; per tutti gli altri,
sarà solamente (?) la (ri)scoperta di un
mondo musicale altrimenti trascurato, se non fosse
stato per un’etichetta di culto come la
Leaf o per un eroe minore dell’indie-rock
come Barnes, che non vedeva l’ora di sbarazzarsi
di quell’etichetta per appiccicarsi addosso
quella, molto più degna, di viaggiatore
curioso.
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