Era dal 1989 che Mike Scott non portava il vessillo
Waterboys nella nostra penisola. Quella tournée
seguiva l'uscita del primo grande capolavoro del
gruppo, "Fisherman's
blues", album della svolta irish celebrato
dalla critica e dal pubblico. Dopo anni in cui
Scott ha un pò deambulato tra velleità pop ("Dream
harder"), ritorni alle origini elettriche ("A
rock in the weary land") e spunti elettroacustici
(i due album solisti), ecco riapparire un progetto
interessante e maturo, mirato a lanciare l'uscita
di un nuovo album - "Universal hall" - che lascia
ben sperare qualitativamente. La nuova line up
del gruppo è scarnificata, presentando Richard
Naiff al piano elettrico (marchio di fabbrica
dei primi lavori), naturalmente Mike Scott alla
chitarra acustica ed il vecchio amico di bagordi
Steve Wickham, nonché violinista straripante e
poetico, vero mito della scena irlandese degli
ultimi vent'anni.
C'è emozione vera nel momento in cui i tre salgono
sul palco, un pezzo rilevante di storia della
musica anglofona è qui a due passi: il leader
annuncia alcune canzoni tratte dal nuovo album
ed esse paiono reggere il confronto con un passato
illustre e un po’ ingombrante. Scott mostra una
vena vocale impressionante, quasi da venticinquenne.
Il relativamente nuovo Naiff ha un approccio molto
fisico al piano elettrico, strumento che nell'economia
del trio recupera la sua antica etimologia percussiva,
sostenendo di peso la ritmica e l'impianto sonoro.
Wickham è semplicemente dentro al suo mondo pieno
di note in fuga, serafico nel dominare assoli
dei più arditi, poeta dell'improvvisazione, busker
nel profondo dell'anima.
"A man is in love", tratta dal magnifico "Room
to roam", è il primo accenno alla passata grandeur,
seguita da un'entusiasmante versione di "A life
of Sundays", dove Wickham disegna vere e proprie
piroette sonore. Da "Fisherman's blues" vengono
via via estratte la morrisoniana "Sweet thing"
e "When ye go away", capolavoro che ci viene riproposto
per nostra somma gioia, canzone arcana a due facce,
tesa e malinconica quella raffigurata nell'interpretazione
vocale di Scott, liberatoria nella melodia da
ballo campestre espresso dal fiddle di Wickham.
Ciò che fa di questo concerto un evento indimenticabile
è la passione con la quale vecchie e nuove canzoni
vengono interpretate: il pathos è costante, non
c'è un attimo di tregua emozionale, il fiato resta
sospeso lungo le linee in crescendo che i tre
disegnano con eccezionale tecnica e dedizione.
Ogni pezzo viene suonato come se fosse l'ultimo
in scaletta, o forse l'ultimo della vita: qui
sta il segreto di artisti come Scott e Wickham,
ciò che li fa amare in modo viscerale e che ci
farà tornare sulle loro tracce, per ritornare
a sentire pulsare le tempie durante le magnifiche
temperie di "The Pan within".
collegamenti su MusiKàl!
Waterboys - Concerto
al Palasport (BS)
Waterboys - Too
Close To Heaven
Waterboys - A
Rock In The Weary Land
Waterboys - Fisherman's
Blues