Dopo il non riuscitissimo "Experimental
Jet Set, Trash and No Star", che pure
li ha visti in testa alle classifiche inglesi
e statunitensi, e dopo essere stato il gruppo
di punta del mastodontico Loolapalooza, il festival
rock itinerante, i Sonic
Youth invece di prendersi una pausa di riposo,
gettano in pasto al pubblico il loro nuovo prodotto.
E' incredibile la rapidità con cui la
band della Grande Mela si rigenera e compone:
nell'arco di appena dieci anni (da "Bad
Moon Rising") sono usciti nove album
a firma Sonic Youth, più due album dei
Ciccone Youth e due dei Dim Stars (band dove suonano
Moore e Shelley). Per non parlare degli episodi
solisti di tutti e quattro i membri. Una prolificità
incredibile e quasi unica nella storia della musica.
Tra l'altro con "Made in USA" il gruppo
esordisce anche nel ruolo di autore di colonne
sonore (ruolo reinterpretato in "Suburbia"
di Richard Linklater).
"Washing Machine" è un album
ricco, vario, e porta una ventata d'aria nuova
dopo la parziale delusione del suo predecessore.
Se da un lato ricorrono le atmosfere noise estreme
e le corse chitarristiche a cui Moore e compagnia
ha da sempre abituato il suo uditorio, si notano
alcune interessanti novità. "Unwind"
è il brano più dolce mai composto
dalla band, rilassante ballata dagli echi a tratti
quasi folk - ma pur sempre testardamente elettrici
-, lunga, suadente, in cui è facile perdersi
e abbandonare la propria coscienza per andare
oltre, lontano, vagare negli spazi assolati che
i quattro descrivono, abbandonando per una volta
qualsiasi ideale punk. Anche la seguente "Little
Trouble Girl" sorprende per la sua andatura
estranea ai dettami soliti del gruppo e per il
canto che, aggiungendo alla voce di Gordon quella
di Kim Deal (indimenticabile voce femminile dei
Pixies) accompagnata
da Melissa Dunn e Lorette Velvette, tende ad assomigliare
ad un coro da college. Di grande impatto "No
Queen Blues", resa memorabile dall'acida
esecuzione e dalle tonalità accese, e la
traccia nove, senza titolo, sorta di ghost track
inserita al centro dell'album, brano strumentale
capace di evocare al contempo libertà e
perdizione. Il riverbero della chitarra di "The
Diamond Sea" chiude l'album della maturità
raggiunta.
L'età inizia a farsi sentire, la musica
ne risente solo in aggiustamenti e miglioramenti,
la follia è quella e non si può
amputare, la grande statura del gruppo non può
essere in nessun modo messa in discussione. I
Sonic Youth sono l'esempio da portare a chi immagina
gli anni '80 come il periodo nero della musica
rock.
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