Quando ci si trova a parlare di un disco che
raccoglie i successi di un artista, il dubbio
che tale operazione abbia un'anima squisitamente
commerciale sorge quasi spontaneamente. Se poi
l'artista in questione è un furbo chitarrista
che negli ultimi dieci anni ha cavalcato un genere
sì inflazionato ma pur sempre redditizio,
allora le perplessità possono essere legittime.
Gary Moore è un chitarrista dalle indubbie
qualità tecniche e dalle prestazioni quanto
mai eclettiche. Nato come chitarrista hard rock,
lo troviamo nella line up di gruppi storici come
i Colosseum II e i Thin Lizzy, o addirittura al
fianco dell'Andrew Lloyd Webber di "Variations".
Fino a mescolarsi nella marmaglia di guitar-heroes
degli anni '80. All'inizio degli anni '90 arriva
la svolta artistica, e così il nostro si
scopre innamorato perso del blues, quello ricoperto
dal fango del Mississipi, e dalle pentatoniche
di B.B. King, Albert King, Muddy Waters. Questo
amore partorisce un bellissimo figlio, "Still
Got The Blues", datato 1990, probabilmente
il disco più ispirato del chitarrista irlandese.
Moore si accorge di aver trovato un filone d'oro
praticamente inesauribile: la tradizione blues.
Per tutti gli anni '90 si avvicendano così
dischi su dischi, poco importa che siano più
le "cover" dei pezzi originali, tanto
si sa che il blues, come tutti i generi basati
sull'improvvisazione, è un genere che premia
più l'interprete che il compositore.
"The Best Of The Blues" arriva come
coronamento di una carriera tutt'altro che esaurita
(potrebbero starci ancora almeno un'altra decina
di dischi-tributo). Questo doppio album raccoglie
le grandi "hits" di Gary Moore, brani
originali ed interpretazioni riuscite. Impossibile
non osservare subito il fatto che nella compilation
sia stato inserito nella sua totalità il
già citato "Still Got The Blues".
Il disco infatti esordisce con l'inconfondibile
riff di "Walking By Myself", subito
seguito dalla energica "Oh Pretty Woman".
Dopo i primi fuochi d'artificio, arriviamo alla
parentesi veramente "soft" del disco,
"Still Got The Blues", un blues in minore
in cui la Gibson di Gary Moore assume una sonorità
flautata "tirabaci". Rare concessioni
ai "lentoni" da ballo; quasi subito
dopo troviamo"Story Of The Blues" (nella
versione utilizzata per il videoclip), ma manca
all'appello la dolcissima "Nothing's The
Same", sempre appartenente al periodo di
"Afterhours". Dello stesso disco troviamo
altre cavalcate blues come "Since I Met You
Baby" e "Jumpin' At Shadows".
Dai brani tratti dai primi due dischi emerge
chiaramente l'anima "hard blues" di
Gary Moore, e il suo approccio del tutto nuovo
alla musica del diavolo. Negli assolo di Gary
Moore viene privilegiata la potenza del suono
della ormai inseparabile Gibson Les Paul, e un
fraseggio in cui le note scorrono veloci come
una scarica elettrica; niente a che vedere con
il blues "leccato" di Eric Clapton,
ma nemmeno con la pulizia e la geniale inventiva
jazz di Robben Ford, che tanto ha svecchiato il
vocabolario blues. Gary Moore è un bluesman
granitico, a volte più vicino a Van Halen
che a B.B. King, eppure la sua proposta è
onesta e a volte anche originale. Lontani sono
i tempi di "Parisienne Walkways", cantata
dal suo vecchio compagno nei Thin Lizzy, Phil
Lynott, e riproposta anche in questa raccolta.
Il secondo disco è quasi interamente dedicato
al repertorio live, al fianco dei soliti mostri
sacri del blues come Albert Collins, Albert King,
B.B. King, riproponendo classici come "Stormy
Monday" o "Caldonia", brano storico
del panciuto chitarrista.
"The Best Of The Blues" può
essere un utile strumento per chi vuole fare il
punto della situazione su un artista che, comunque,
a suo modo ha arricchito i modi di interpretare
il blues. Il disco rimane ottimo anche per quelli
a cui non gliene frega niente del blues, ma vogliono
un'energica compilation da viaggio per l'autoradio.
Tanto si sa che ascoltare e soprattutto suonare
blues fa fico, lo ha capito anche Gary Moore.
Recensioni collegate:
Jeff Beck - You
Had It Coming
Eric Clapton - Reptile