Il problema con i Tindersticks è che sai
già cosa aspettarti da un loro disco. Non
che sia necessariamente un male, solo che talvolta
nei loro ultimi lavori il mestiere sembra prevalere
sull'ispirazione.
Come per tanti altri artisti, uno su tutti Leonard
Cohen, si ha l'impressione che il gruppo inglese
riscriva le stesse canzoni ogni volta. Soltanto
che in qualche caso sembra aver smarrito lo smalto
di un tempo. Così se il precedente "Can
Our Love" mostrava una svolta soul che
aveva sorpreso in modo piacevole, qui i Tindesticks
tornano sui loro temi comuni, le loro canzoni
intrise di colori scuri, alcool e tabacco, e quell'atmosfera
noir che tanto piace ai loro estimatori.
Il tutto si concretizza nell'apertura del disco,
la splendida "Until the Morning Comes",
una ballata dall'aria dolcemente sinistra che
evoca un intreccio tra amore e morte degno del
miglior Nick
Cave. E' il brano più riuscito di tutto
"Waiting for the Moon", che ha i suoi
momenti migliori in ballate come "Sometimes
It Hurts", in cui Stuart Staples duetta con
Lhasa De Sala, e "Trying to Find a Home".
Qui sta il vero talento della formazione dei Tindersticks,
nel loro tono impregnato di malinconia.
Quando il gruppo si fa prendere la mano e si
abbandona alle atmosfere tetre, allora il disco
sembra scorrere verso suoni sterili e già
sentiti,una brutta copia dei pezzi di un tempo.
Non convince "My Oblivion", che lungo
i suoi setti minuti di orchestrazioni non riesce
a catturare il fascino dei vecchi Tindersticks,
quelli dei primi due splendidi dischi, per intendersi.
Allo stesso modo "Just a Dog" con il
suo andamento tra folk e vecchio jazz più
che un piacevole diversivo dà l'idea di
essere fuori posto. Meglio allora il frammento
essenziale che dà il titolo al disco e
la sua atmosfera di incanto.Insomma tra molte
luci e qualche ombra.
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Tindersticks - Can
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