Se andaste in giro per il Regno Unito ad informare
gli astanti di qualche concerto o gli occasionali
clienti di qualche negozio di dischi che il rock
è morto da un pezzo e che di conseguenza
stanno perdendo il loro tempo, probabilmente quelli
vi risponderebbero che siete soltanto dei poveri
pazzi totalmente fuori di senno. Eh sì,
perché in Inghilterra il rock nasce ogni settimana
e ogni settimana ha un nome diverso. Basta infatti
acquistare l’ultima variopinta copia dell’NME
per scoprire chi sarà il prossimo protagonista
della sempiterna favola chiamata “Next Big Thing”:
una favola attorno alla quale l’industria discografica
britannica ha saputo edificare nel tempo un florido
e inespugnabile mercato, in grado di incidere
significativamente sul PIL nazionale annuo. Una
favola che molto probabilmente non finirà
mai (sebbene tutti sappiano esattamente come andrà
a finire) e che racconta la solita vecchia storia
di una chitarra piovuta dal cielo come un frammento
incandescente di kriptonite, che ha donato a quattro
annoiati e bellocci ragazzotti di provincia inauditi
superpoteri in grado di portarli direttamente
in cima alle classifiche di vendita del paese,
tra una Nelly Furtado e una Madonna.
Non bisogna dunque stupirsi troppo del fatto
che la gente tenda potenzialmente a non stancarsi
mai di gruppi come i Pigeon Detectives e della
loro in fondo trita e prevedibile musica smaccatamente
britannica e irriducibilmente facile e derivativa:
se oggi ce l’hanno fatta loro, domani potrebbe
toccare a te. E' questa la favola illustrata che
prende corpo ogni settimana dalle pagine gualcite
dell’NME. Questo gruppo, che viene da Leeds ed
è già forte della benedizione preventiva
degli illustri compaesani Kaiser Chiefs che hanno
pensato bene di portarselo in tour come spalla,
si inserisce in tale consolidato scenario sociologico
e mediatico e tutto quello che si può azzardare
a dire su di esso è che suona esattamente
come ve lo aspettereste. Le canzoni sventagliano
in controluce una ben riconoscibile costellazione
di riferimenti che da un insistente borbottio
beatlesiano di fondo si allarga poi in direzione
di Kinks, Small Faces, Who, Rolling
Stones, Jam, Damned, Stone Roses, Charlatans,
fino a giungere ai più prossimi lidi di
Oasis, Blur,
Supergrass
o, avvicinandosi ulteriormente ai giorni nostri,
Artic Monkeys, Ordinary Boys e i già citati
Kaiser Chiefs. Frammenti disordinati di storia
musicale inglese che galleggiano nella solita
rudimentale minestrina riscaldata, il più
delle volte affogati in melodie entusiastiche
e bercianti che quasi sempre qualcun altro ha
assaggiato prima che arrivassero al nostro tavolo.
Sin dal dittico iniziale “Romantic Type”, ”I Find
out” si intuisce come il gruppo disponga fondamentalmente
di una sola idea, che è poi l’idea centrale
del pop e anche il suo inconfessabile segreto (che
tutti però sanno), ovvero la formula magica:
strofa, strofa, ponte, ritornello e, se serve, assolo
occasionale di chitarra. Su questo fin troppo risaputo
canovaccio il gruppo cerca di speculare tutto lo
speculabile, agghindando le canzoni con soluzioni
melodiche il più possibile affilate e con
fluidificanti innesti di chitarra che vorrebbero
rendere la proposta ancora più dinamica e
accattivante. Di tanto in tanto la strategia paga
e si regala qualche modesta soddisfazione: è
il caso soprattutto del singolo “I’m not sorry”,
potente e fragorosa macchina ritmica sulla quale
i Detectives hanno giustamente fatto leva per scardinare
gli ultimi residui di blando anonimato e dischiudersi
le porte della definitiva affermazione commerciale.
A proposito di questo album si è parlato
di una collezione di potenziali e infallibili
singoli incredibilmente radiofonici. In realtà
questo sembra vero solo per quanto riguarda le
prime sei canzoni del cosiddetto lato A (ricorrendo
ad un gergo di cui su queste stesse pagine si
lamentava la progressiva e inesorabile estinzione…),
le quali, se adeguatamente contestualizzate all’interno
dell’ambiente che più le si confà,
ovvero un affollato e sciamante concerto, promettono
di liberare tutta la propria dirompente energia,
anche e soprattutto grazie ad un buon basso che
svolge imperterrito il suo lavoro di interdizione
e copertura sistematica degli spazi e a due chitarre
dotate di una buona fantasia e puntualissima agilità.
Nel lato B invece il gruppo cincischia e si specchia
troppo nella luce opaca delle proprie unghie lucidate,
rifugiandosi all’ombra di enunciati elementari
per evitare di essere inghiottito da una divorante
e inarrestabile tendenza a scivolare nell’autocitazione.
In alcuni episodi affiora una lampante mancanza
di lucidità e una certa fastidiosa inettitudine
che porta il gruppo a sbarellare indeciso tra
strutture melodiche incompiute e contrastanti
senza venire a capo di nulla, accumulando anzi
confusi giri di chitarra e ritornelli del tutto
inefficaci (come ad esempio accade in “Stop Or
Go” o in “You Better Not Look My Way”).
In definitiva ci troviamo di fronte al tipico
disco che tutti i maniacali e ossessivi fondamentalisti
del brit rock (come il sottoscritto) finiranno
con l’ascoltare più del dovuto, tra una
partita a scacchi con i The Good The Bad And The
Queen e qualche flessione nell’immensa palestra
mentale degli ultimi Maximo Park. Tutti gli altri
possono tranquillamente sentirsi esonerati.
collegamenti su MusiKàl!
The Beatles - la Kalporzgrafia
Kinks - Arthur
Or The Decline And Fall Of The British Empire
Kinks - Something
Else By The Kinks
Who - Endless
Wire
Who - Hyde
Park Calling Festival (Londra)
Who - The Who
Sell Out
Rolling Stones - le
recensioni
Jam - All Mod
Cons
Charlatans - Wonderland
Oasis - Dont'
Believe The Truth
Oasis - Heathen
Chemistry
Oasis - Familiar
To Millions
Blur - le
recensioni
Supergrass - le
recensioni
Artic Monkeys - Favourite
Worst Nightmare
Artic Monkeys - Whatever
People Say I Am, That's What I'm Not
Kaiser Chiefs - Yours
Truly, Angry Mob
Kaiser Chiefs - Employment
Maximo Park - Our
Earthly Pleasures
Speciali > "Ti
faccio una cassettina!"