I Clinic ci hanno fregato un’altra volta.
Hanno fatto un altro album con una sola canzone,
la stessa, ripetuta all’infinito, come l’altra
volta, appunto. Però tutte le volte che
fanno partire il loro sbiascicante cantato, il
loro tribalismo anarchico, la loro messa
laica, è il solito botto che si ripete,
come quel botto (vero) alla fine di “Family”.
Si respira la solita libertà proficua
in “Visitations”, sembra che i Clinic
si siano rinchiusi in sala prove per 12 sere e
abbiano inciso 12 canzoni, una a sera, quella
che saltava fuori così, senza pensarci
troppo. Non è che ogni giorno l’ispirazione
divina poteva benedire ogni melodia, eh sì,
ovvio, le canzoni sono saltate fuori un po’
così, clonate… però
vuoi mettere il divertimento! E lo sballo. A suonare
quegli organi dal suono di chiesa decrepita del
nord Inghilterra, a picchiare su quei cembali
come ossessi, a far finta di avere anche un animo
un po’ punkettino (“Tusk”),
a girare attorno a quegli stessi accordi e a quelle
solite note come si gioca volentieri la puntuale
partitella del sabato con gli amici.
Soprattutto piazzando due o tre colpi da maestro:
“If You Could Read Your Mind” è
la canzone perfetta che ai Clinic ronzava
in testa da mo’ e che aspettavano solo uscisse
fuori. Ha tutte le caratteristiche migliori dei
Clinic, e tutti i difetti, ma è dannatamente
Clinic. “Visitations” è la
notturna cavalcata che mancava, “Careful
With That Axe, Eugene” che torna a suonare
alla porta, rimane fuori ma si intravede al di
là della cancellata, alla fine del vialetto,
sì è lei.
I Clinic si stanno specializzando ad essere
sempre e solo loro stessi, niente di più
ma neanche una briciola di meno. Perfettamente
unici, inevitabilmente inconfondibili, anche se
prevedibilmente abitudinari. Ma ci sono miliardi
di gruppi le cui note ti scivolano via e di cui
non ti riesci a ricordare nemmeno il nome, mentre
i Clinic li riconosceresti tra mille. E non è
proprio poco.
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Clinic - Winchester
Cathedral
Pink Floyd - la Kalporzgrafia