“Calcio batte rock’n’roll
1-0”.
Il caustico saluto di Ufo degli Zen Circus, cui
è stato offerto l’onore e l’onere
di aprire agli amici Violent Femmes la dice tutta
sul clima di inizio serata. E’ il nefasto
giorno della vendetta già scritta del Milan,
e durante le fasi centrali della gara, il Velvet
presenta uno scenario inconsueto. Una ventina
più o meno i presenti nonostante Brian
Ritchie onori la collaborazione col terzetto pisano
salendo sul palco insieme all’immancabile
Giorgio Canali. Fine dell’opening-act, fine
della partita. il Velvet inizia timidamente a
riempirsi.
I tre attempati protagonisti della serata, almeno
questo, sono accolti con un vero boato. Dal prototipo
dell’indie al maturo più nostalgico
(inclusi un paio di cloni di Ritchie) non manca
davvero nessuno. Il concerto però, almeno
nelle fasi iniziali – una grigia “American
music” - stenta a decollare. Non basta un
Gano, scanzonato e divertito con la sua maglietta
di “Funhouse” degli Stooges, per dare
la marcia giusta al concerto. Le ritmiche di De
Lorenzo, l’istrionico percussionista italo-americano,
che con la sua camicetta rossa ha i modi di fare
di quegli intrattenitori navigati da crociera
transatlantica (scusate il giro di parole), sono
un po’ compassate. Poco istinto, troppa
precisione. Poca noncuranza nella forma, anche
forse per l’efficace sezione di fiati e
violino, che finisce per pulire il suono. La stessa
“Prove my love” che prova a smuovere
la serata non ha con sé quel ritmo trascinante
che si vorrebbe ascoltare nei Violent Femmes.
Molto meglio “Please do not go” che
ha dalla sua un ritmo più sincopato e rallentato
al di là del motivetto irresistibile che
esalta il timbro nasale e agrodolce di Gano. Inevitabile
delirio, soprattutto per l’imponente Ritchie,
quanto il basso acustico che imbraccia con uno
sguardo truce degno di Chuck Norris, che si esalta
nell’assolo conclusivo.
Servono “Add it up” e la corale “Jesus
walking on the water” a far smuovere definitivamente
una platea, per l’età o forse per
i volumi non eccessivamente sparati, a tratti
in trance. Il coinvolgente squarcio di spensieratezza
country-folk con quel violino dai toni irish alla
Pogues, saprà pure di colonna sonora di
momento di aggregazione forzato, ma è eseguita
impeccabilmente. E finalmente qualcuno usa le
mani anche per battere il tempo, e non solo per
lo scroscio di applausi tra un brano e l’altro.
E’ nelle fasi più blues e psichedeliche
che i Violent Femmes danno del loro meglio. Anche
con la collaborazione dello storico sassofonista
di Who e Pink
Floyd, Dick Perry, ancora più attempato,
ma graffiante come nei tempi d’oro (per
una “Black girls” degna di nota).
Il meglio di questi inediti Violent Femmes è
senz’altro nella rielaborazione acida e
fangosa di “Gimme the car”, sporca
come una “Dirt” della band della t-shirt
di cui sopra. Sorprendente, convincente, ma ad
essere onesti non sono le sonorità che
uno si aspetta da una delle band più fresche
e viscerali di quell’ondata che travolse
gli Stati Uniti all’inizio degli anni 80.
Tra un assolo e l’altro di Ritchie che finirà
per suonare una conchiglia a fiato e del controverso
percussionista impegnato nel picchiare duro su
una scatola di legno, spicca l’ottima la
rielaborazione folk di ballate del calibro di
“Country death song”.
Veri animali da palcoscenico, a dispetto dell’età,
lasciano alla fine, non prima di uno sbilenco
tributo a Pasolini con tanto di invocazione finale
“Passolini, Passolini” quanto
a cui buona parte del pubblico non avrebbe mai
voluto rinunciare. Ovvero uno degli inni degli
anni 80 - di chi si teneva sempre e comunque a
debita distanza da quel clima di diffuso glam
di cui i Violent sono la perfetta antitesi - “Gone
daddy gone”. Ufo ha l’onore di suonarci
il basso perché Ritchie ovviamente si mette
allo xilofono per uno degli assoli più
folli e naif della storia del rock. Finalmente
la situazione si scalda. Per arrivare dopo oltre
un’ora e mezzo al secondo bis, con l’irrinunciabile
“Blister in the sun”, suonata a quattro
da mani da De Lorenzo e Gano, un po’ sottotono
a dirla tutta, ma quello che non riescono a dare
loro, anche perché ridotti a due per la
controversa rinuncia al tuonante basso dell’unico
capellone rimasto, lo dà il pubblico, con
scene di euforia, oltre che di pogo generalizzato,
che tanto sono adatte a un concerto dei Violent
Femmes. “Kiss off” è il miglior
commiato di una band che ce l’ha messa tutta
per dare il meglio di sé.
Tanto cuore, tanta umiltà, ma i tempi
corrono e sarebbe ingeneroso pretendere che il
terzetto di Milwaukee torni un terzetto di ventenni
per una serata. Calcio – Rock ‘n’roll
1-2. Per noi, dopo tutto, e non me ne vogliano
i milanisti, la rimonta è arrivata anche
questa volta.
collegamenti su MusiKàl!
The Zen Circus - Vita
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The Zen Circus - Concerto
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The Zen Circus - Doctor
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