Ore 21.10 : Si abbassano le luci in sala,
un applauso di incoraggiamento come si confà al protocollo
teatrale...
Silenzio
"BUM ! BUM !"
"Bardamù";
lievemente emozionato, seduto ad un piano dallo stile "Parisienne"
compare il "domatore" (V.C.) di corde, percussioni,
"corazzieri trapanati", "dirigibili all'idrogeno".
Sullo sfondo, in ombra ma ben presente, il "Palombaro
con la sua tuta da calamaro", non più "calato
per il paranco" ma riemerso dagli abissi per emozionare
"A MANOVELLA" un caloroso pubblico.
Un concerto
Non solo da ascoltare.
Un variegato, pacato, progressivo e ben strutturato gioco
di luci e ombre proiettate sullo sfondo, fanno da scenografia
alla fedele acustica del teatro, ma soprattutto alla maestrìa
dei musicanti e allo "stravagante" Vinicio",
che "gioca in casa" ma non delude, anzi
comincia
una scaletta che ripercorre gran parte dell'ultimo album "Canzoni
a Manovella": il ritmo dapprima incalza, poi si smorza;
alterna brani movimentati a riflessive "ballate"
e simpatici intermezzi introduttivi dei pezzi a seguire; gioca
con pistole sonore, occhiali luminosi, e gadget che divertono
lo spettatore.
Non potevano mancare la "senza età" "Scivola
vai Via", "Corvo Torvo", "La Giostra di
Zampanò", l'incalzante "All'una e trentacinque
circa" e "Sabato al Corallo", implicitamente
dedicata a "giovani", e meno giovani, "di provincia
emiliana".
V. scherza con il pubblico, appronta 2, 3, falsi finali e
ci intrattiene simpaticamente. Ed eccolo rientrare con un
vestito color ocra per ricominciare da "Al Veglione".
Virtuose varianti strumentali, di tempo e battuta, rendono
"diversi", talvolta più piacevoli, i suoi
brani.
Il pubblico è variegato, molti giovani, un po' meno
i giovanissimi, ma molti i signori e le signore che apprezzano
compìti il concerto.
Ci auguriamo di avere ripercorso con i lettori almeno un po'
delle emozioni che noi, come tutto il teatro, abbiamo vissuto
per 26 brani e 2.20 ore circa di piacevole musica
anche
se soltanto dal vivo si possono percepire appieno.
In chiusura un brano dedicato al perenne "compagno"
di ogni artista
..."il sipario resta", la sala lentamente si svuota
dopo interminabili applausi.
Al termine, sicuramente stanco, Vinicio non si nega ad incontri,
autografi e strette di mano del "discreto" pubblico
del Teatro Valli.
di Max Cavassa 
Nella
stupenda cornice di un gremitissimo Teatro Valli di Reggio
Emilia, uno dei molti gioielli di una provincia italiana che
non si finisce mai di scoprire ed amare, abbiamo assistito
all'ennesima grande performance di Vinicio Capossela. L'artista
originario di Hannover, oramai col passaporto da Apolide ad
Honorem, ha trovato un pubblico reggiano già in amore
prima che la sarabanda cominciasse. L'apertura del sipario
è stata infatti accompagnata da un'immediata ovazione,
come se Vinicio fosse alla ventesima canzone!
L'artista ci introduce dentro il suo stralunato e variegato
mondo con "Bardamù", magnifico pezzo di apertura anche
dell'ultimo "Canzoni a manovella". Da subito siamo proiettati
in un viaggio a ritroso, dove aereostati sorvolano le nostre
teste, le ballerine sono ancora in fila come nell'avanspettacolo
ed il Mar Baltico è ancora un mare affascinante e suadente,
senza petroliere che lo sporcano e ponti che lo vogliono cancellare.
Il pubblico pende dalle labbra di Capossela, che non si fa
pregare a condurlo nelle segrete pieghe dell'ultimo album.
Dall'omaggio patafisico ad Alfred Jarry in "Decervellamento"
alla commovente "I pianoforti di Lubecca", la scusa è
quella di viaggiare, ed immaginare di prendere uno di quei
vecchi treni con i sedili di legno e partire, andare verso
la Mitteleuropa dei valzer e delle polke, fermare la locomotiva
in una piccola stazione dei Carpazi e buttarsi in una sfrenata
danza zingara. E poi ripartire ancora, arrivando fino alla
Grecia ed al Bosforo, per poi risalire verso la Crimea e le
pianure dell'Ucraina e della Polonia. Non ci si ferma più,
il carbone è sufficiente per scavalcare nuovamente
le Alpi, buttarsi nelle nebbie padane, fermarsi a fare il
pieno in qualche bar di stazioni improbabili, Ostiglia, Occhiobello,
Massalombarda. E magari proprio in questi bar di stazioni
immerse nel nulla, un'orchestrina suona per i non paganti
qualche standard di New Orleans o "La mer" di Charles Trenet,
e allora chissenefrega del tempaccio e dell'umidità…
Se Capossela deve ringraziare qualche secolo di musica popolare,
qualche umore rugginoso di Paolo Conte e le vecchie "saturday
nights" di Tom Waits, noi dobbiamo omaggiare Vinicio ed esortarlo
a portare avanti questa sua ricerca musicale, che diventa
teatro immaginifico in momenti come ieri, che si racchiude
in una sola parola, magica e vitale per le nostre esistenze:
cultura.