Nel caotico panorama indie/revival che monopolizza
la scena attuale, artisti come Neil Hannon rischiano
di passare inosservati. Un po’ come i bohemien
di un tempo, incompresi, tormentanti, sedicenti
o veri geni, relegati ai margini della società.
Non è un caso che in pochi - è un
caso che per certi aspetti mi fa pensare ai Piano
Magic - si siano accorti che questi Divine
Comedy, presentati ogni anno come una sorpresa,
in realtà esistono dal lontano 1989. Originariamente
vicini all’idea di trio sono diventati,
dopo otto album, una creatura plasmata a propria
immagine e somiglianza da questo sventurato Wilde
degli anni '90. Un compositore elegante, anacronistico
e “inadeguato”. Lo definiscono un
dandy, ma la stessa etichetta di dandy mal si
configura in questa società, da cui Mr.
Divine Comedy cerca di fuggire rifugiandosi nella
musica del passato, quando i valori estetici avevano
un valore culturale diverso se non opposto. Dopo
la “Regeneration”
sperimentale modernista sotto l’egida di
Nigel Godrich del 2001 e l’inevitabile rigurgito
retrò del successivo “Absent
friends”, il nuovo “Victory for
the comic muse” che riprende il titolo dell’album
d’esordio (“Fanfare for the comic
muse”) è solo apparentemente una
via di mezzo tra i due album della seconda fase.
Una via di mezzo sbilanciata verso i Divine Comedy
cui siamo abituati.
"If there’s a war I’ll sleep
with you before you get killed" recita
una buffa voce campionata che innesca il dialogo
d’apertura tra leggerissimi archi e un piano
secco come una percussione. Una movimentata revisione
chamber-pop del decadentismo patinato del Bowie
della trilogia berlinese. “To die a virgin”.
Blasfema sinfonia da operetta glam che rapisce
già a primo ascolto. Il bello è
che, smentita ogni aspettativa, piove dal cielo
un banjo che sembra venuto fuori da “Harvest”
del vecchio Neil
Young. E’ l’apertura dell’incontenibile
“Mother dear”, un canto liberatorio
da ascoltare in una strada in aperta campagna
cercando di non sbandare, travolti da un vortice
così fresco di sincera serenità.
Serenità che non abbonda né latita.
In “Diva lady” si affianca all’eleganza
stilistica dei Roxy Music per la maniacale cura
in arrangiamenti, senza mai forzare la mano, rischio
che corre forse solo in questo brano. Perché
la melodia è sempre centrale, mai messa
in secondo piano dal contorno. La facilità
con cui disegna melodie semplici e rievocative,
espressive senza banalizzarne l’atmosfera,
è disarmante.
Nelle sofferte e mature “A lady of certain
age”e “The light of the day”
si conferma la più valida risposta a Bacarach
del pop del nuovo secolo. L’orchestra di
oltre venti elementi accompagna le lievi linee
melodiche fino al fugace intermezzo pianistico,
“Threesome” che apre la seconda parte
del disco. In questa seconda parte sembra prevalere
una certa propensione teatrale tra Phil Spector,
Scott Walker e i momenti più magniloquenti
e melodrammatici del secondo Nick
Cave. Basti ascoltare il meraviglioso crescendo
che esplode dal tormentato paesaggio di “Count
Grassi's Passage Over Piedmont “ o la suggestiva
(o suggestionante) inquietudine di “The
plough”.“Party fears two” è
l’interpretazione alla Morrissey di un’ammaliante
cavalcata morriconiana degli Associates. Il tutto
però con una voce che assume un timbro
peculiare che rende inconfondibili i Divine Comedy.
Etichettarlo come songwriter è ormai riduttivo.
Neil Hannon è un musicista a tutto tondo.
Chiude in bellezza “Snowball in negative”,
cinematografica e notturna che l’avrebbe
voluta scrivere Yann Tiersen, il momentaneo commiato
di un artista che, fosse per lui, si limiterebbe
a suonare sotto falso nome nei teatri rinunciando
ai vincoli discografici e promozionali che poco
si addicono a questo trentaseienne nordirlandese
nato in un’epoca, o forse in un secolo,
sbagliato.
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