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VAN DER GRAAF GENERATOR
Concerto all'Anfiteatro del Vittoriale (Gardone Riviera - BS) (18 luglio 2005)
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di Marco Mazzoldi scrivi un'email

Alla moda delle reunion che da qualche anno dilaga ed impera, non si sono sottratti nemmeno i Van der Graaf Generator, gruppo che suonò i suoi ultimi concerti nel 1978. Certo, avrebbe stupito che, fra tante reunion raffazzonate alla bene e meglio, mancassero proprio loro, che in un quarto di secolo ricco dei loro lavori solisti hanno sempre collaborato, in modo più o meno incrociato, fra loro, e hanno sempre dichiarato a chi li pressava che "fra noi i rapporti sono ottimi e prima o poi potremmo tornare a suonare tutti insieme". Ciò era già accaduto, a sorpresa e in modo estemporaneo, cinque anni fa, quando un concerto di Hammil e Evans vide avvicendarsi sul palco, insieme a vari vecchi compagni di avventure, Banton e Jackson, per l'esecuzione di "Red Shift" e "Lemmings". Quindi non stupisce più di tanto vederli scendere le gradinate posteriori del Vittoriale di Gardone Riviera, con vista sul lago, per accomodarsi ai loro strumenti, davanti ad un migliaio di ultra-quarantenni che attendevano questo momento da 27 anni, gli stessi ultraquarantenni che in gioventù fecero dell'Italia il paradiso di gruppi progressive come i Genesis, i Jethro Tull, gli Yes e gli stessi Van der Graaf affollando minuscoli teatri che solo più avanti, per alcuni, diventeranno palasport e stadi.

Il gruppo non ama i preamboli, parte con "Darkness (11/11)", che sarà anche l'unico estratto dai loro primi tre album, almeno prima dei bis. Sì, perchè il gruppo dimostra chiaramente di trovarsi più a proprio agio con il materiale della "second generation", fra il '74 e il '76, tre album da cui traggono il materiale migliore e lo rieseguono con pochissime sbavature e molta potenza sonora. Tre quarti di "Godbluff" ("The Undercover Man", "Scorched Earth" e "The Sleepwalkers"), disco sottovalutatissimo e ricco invece di perle, tanto da strappare ben più di un applauso a scena aperta durante l'esecuzione, soprattutto nella parte strumentale di "The Sleepwalkers". Una sorprendente "Pilgrims", accolta da ovazioni, e la complessa suite "Childlike Faith in Childhood's End", in cui il gruppo rimedia all'eccessiva lunghezza con un'esecuzione molto sentita. E fa capolino anche l'unico pezzo decente di "World Record", ovvero "When She Comes", rock abbastanza facile per i loro canoni ma coinvolgente per il pubblico.

Della "first generation" solo "Pawn Hearts" il loro disco del '71, il più apprezzato da pubblico e critica, è protagonista con l'intero primo lato, anche se su "Lemmings" e "Man-Erg" il gruppo deve cimentarsi in reinterpretazioni del suono particolare e oppressivo dell'album. La chitarra di Hammill vi riesce molto bene nelle parti distorte e contorte di "Cog", meno efficace la sua tastiera e la batteria su "Man-Erg", con qualche incastro mal riuscito ma abbondantemente compensato dalle magie di David Jackson al doppio sax, che strappa ovazioni con il suo lungo assolo. Il gruppo sceglie i due pezzi migliori del suo ultimo "Present", ben sapendo che il pubblico vuole comunque ascoltare tutt'altro.

Non è stato un concerto perfetto, la ruggine ha colpito soprattutto Guy Evans, batterista a disagio sui pezzi della primissima produzione, con parecchie imprecisioni ed esitazioni, cosa accaduta anche tre sere prima a Taormina. In più al Vittoriale ha avuto a che fare con più di un problema tecnico, il che non gli ha facilitato la vita. Hammill sostituisce abilmente il falsetto con la voce roca ed arrabbiata con cui ci ha abituati da solista, reinterpretando "Lemmings" in modo più che convincente, ma anche lui è vittima di qualche sparpagliato vuoto. Durante il concerto ci tiene comunque ad indicare e ad ammiccare spesso e volentieri a Hugh Banton, autentica colonna portante del suono del gruppo, con le sue tastiere vintage e con la pedaliera da organo con cui sostituisce infallibilmente il basso.

E' questo signore dai capelli bianchi il grande protagonista del concerto, insieme a David Jackson, che entra ed esce dal palco con i suoi quattro sax e flauti appesi al collo e con il solito basco a coprirgli la pelata, e che non sbaglia un solo colpo per tutta la durata dell'esibizione. A lui sono rivolti, alla fine, gli applausi più entusiasti di un pubblico che esce felice, anche se amareggiato dal bis: "Refugees", autentico inno del gruppo, di certo il loro pezzo più famoso ed amato dal pubblico, viene insulsamente stuprata da un arrangiamento di batteria quasi funky che ne castra totalmente l'epicità. Un'autentica delusione che chiarisce il motivo per cui spesso, in questo tour, il gruppo non esegue nemmeno il brano. Chiusura festosa con lo strumentale "Theme One", dove Hammill si aggira a lunghi passi dietro il palco, come ad irridere i suoi compagni di avventura, come faceva trent'anni fa, quando tutti e quattro avevano ancora i capelli, e nessuno li aveva bianchi.

Scaletta:

1. Darkness (11/11)
2. The Undercover Man
3. Scorched Earth
4. Every Bloody Emperor
5. Lemmings (including "Cog")
6. When She Comes
7. Pilgrims
8. Childlike Faith in Childhood's End
9. The Sleepwalkers
10. Nutter Alert
11. Man-Erg
-------
12. Refugees
13. Theme One

Recensioni collegate:
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21 luglio 2005




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