Alla moda delle reunion che da qualche anno dilaga
ed impera, non si sono sottratti nemmeno i Van
der Graaf Generator, gruppo che suonò
i suoi ultimi concerti nel 1978. Certo, avrebbe
stupito che, fra tante reunion raffazzonate alla
bene e meglio, mancassero proprio loro, che in
un quarto di secolo ricco dei loro lavori solisti
hanno sempre collaborato, in modo più o
meno incrociato, fra loro, e hanno sempre dichiarato
a chi li pressava che "fra noi i rapporti
sono ottimi e prima o poi potremmo tornare a suonare
tutti insieme". Ciò era già
accaduto, a sorpresa e in modo estemporaneo, cinque
anni fa, quando un concerto di Hammil e Evans
vide avvicendarsi sul palco, insieme a vari vecchi
compagni di avventure, Banton e Jackson, per l'esecuzione
di "Red Shift" e "Lemmings".
Quindi non stupisce più di tanto vederli
scendere le gradinate posteriori del Vittoriale
di Gardone Riviera, con vista sul lago, per accomodarsi
ai loro strumenti, davanti ad un migliaio di ultra-quarantenni
che attendevano questo momento da 27 anni, gli
stessi ultraquarantenni che in gioventù
fecero dell'Italia il paradiso di gruppi progressive
come i Genesis,
i Jethro Tull,
gli Yes e gli
stessi Van der Graaf affollando minuscoli teatri
che solo più avanti, per alcuni, diventeranno
palasport e stadi.
Il gruppo non ama i preamboli, parte con "Darkness
(11/11)", che sarà anche l'unico estratto
dai loro primi tre album, almeno prima dei bis.
Sì, perchè il gruppo dimostra chiaramente
di trovarsi più a proprio agio con il materiale
della "second generation", fra il '74
e il '76, tre album da cui traggono il materiale
migliore e lo rieseguono con pochissime sbavature
e molta potenza sonora. Tre quarti di "Godbluff"
("The Undercover Man", "Scorched
Earth" e "The Sleepwalkers"), disco
sottovalutatissimo e ricco invece di perle, tanto
da strappare ben più di un applauso a scena
aperta durante l'esecuzione, soprattutto nella
parte strumentale di "The Sleepwalkers".
Una sorprendente "Pilgrims", accolta
da ovazioni, e la complessa suite "Childlike
Faith in Childhood's End", in cui il gruppo
rimedia all'eccessiva lunghezza con un'esecuzione
molto sentita. E fa capolino anche l'unico pezzo
decente di "World Record", ovvero "When
She Comes", rock abbastanza facile per i
loro canoni ma coinvolgente per il pubblico.
Della "first generation" solo "Pawn
Hearts" il loro disco del '71, il più
apprezzato da pubblico e critica, è protagonista
con l'intero primo lato, anche se su "Lemmings"
e "Man-Erg" il gruppo deve cimentarsi
in reinterpretazioni del suono particolare e oppressivo
dell'album. La chitarra di Hammill vi riesce molto
bene nelle parti distorte e contorte di "Cog",
meno efficace la sua tastiera e la batteria su
"Man-Erg", con qualche incastro mal
riuscito ma abbondantemente compensato dalle magie
di David Jackson al doppio sax, che strappa ovazioni
con il suo lungo assolo. Il gruppo sceglie i due
pezzi migliori del suo ultimo "Present",
ben sapendo che il pubblico vuole comunque ascoltare
tutt'altro.
Non è stato un concerto perfetto, la ruggine
ha colpito soprattutto Guy Evans, batterista a
disagio sui pezzi della primissima produzione,
con parecchie imprecisioni ed esitazioni, cosa
accaduta anche tre sere prima a Taormina. In più
al Vittoriale ha avuto a che fare con più
di un problema tecnico, il che non gli ha facilitato
la vita. Hammill sostituisce abilmente il falsetto
con la voce roca ed arrabbiata con cui ci ha abituati
da solista, reinterpretando "Lemmings"
in modo più che convincente, ma anche lui
è vittima di qualche sparpagliato vuoto.
Durante il concerto ci tiene comunque ad indicare
e ad ammiccare spesso e volentieri a Hugh Banton,
autentica colonna portante del suono del gruppo,
con le sue tastiere vintage e con la pedaliera
da organo con cui sostituisce infallibilmente
il basso.
E' questo signore dai capelli bianchi il grande
protagonista del concerto, insieme a David Jackson,
che entra ed esce dal palco con i suoi quattro
sax e flauti appesi al collo e con il solito basco
a coprirgli la pelata, e che non sbaglia un solo
colpo per tutta la durata dell'esibizione. A lui
sono rivolti, alla fine, gli applausi più
entusiasti di un pubblico che esce felice, anche
se amareggiato dal bis: "Refugees",
autentico inno del gruppo, di certo il loro pezzo
più famoso ed amato dal pubblico, viene
insulsamente stuprata da un arrangiamento di batteria
quasi funky che ne castra totalmente l'epicità.
Un'autentica delusione che chiarisce il motivo
per cui spesso, in questo tour, il gruppo non
esegue nemmeno il brano. Chiusura festosa con
lo strumentale "Theme One", dove Hammill
si aggira a lunghi passi dietro il palco, come
ad irridere i suoi compagni di avventura, come
faceva trent'anni fa, quando tutti e quattro avevano
ancora i capelli, e nessuno li aveva bianchi.
Scaletta:
1. Darkness (11/11)
2. The Undercover Man
3. Scorched Earth
4. Every Bloody Emperor
5. Lemmings (including "Cog")
6. When She Comes
7. Pilgrims
8. Childlike Faith in Childhood's End
9. The Sleepwalkers
10. Nutter Alert
11. Man-Erg
-------
12. Refugees
13. Theme One
Recensioni collegate:
Van Der Graaf Generator - le
recensioni
Genesis - la Kalporzgrafia
Jethro Tull - la Kalporzgrafia
Yes - la Kalporzgrafia