C’erano una volta la psichedelia e i suoi
profeti: alcuni di loro, dopo qualche anno di
gloria, si sono spenti, altri hanno cambiato pelle
e si sono variamente riconvertiti, qualcuno è
nato, morto e risorto una due tre volte (e fermiamoci
a tre…). I Vanilla Fudge – uno di
quei nomi che per qualcuno non significano nulla,
per altri moltissimo –, nati nel 1966, sciolti
nel 1970, riformati nel 1982, passati attraverso
varie reunion, si ripresentano in questi ultimi
anni al loro pubblico: nostalgici e cultori del
vecchio rock.
Il concerto scandianese era francamente uno di
quegli appuntamenti con la storia che non si perdono
volentieri. Della formazione classica (Mark Stein
tastiere, Tim Bogert basso, Vince Martell chitarra,
Carmine Appice batteria) rimane il 50%: Bogert
e Appice. All’organo Hammond troviamo il
quanto mai gigionesco Bill Pascali, anche lead
vocal, alla chitarra Teddy Rondinelli, che dallo
scorso anno sostituisce Vince Martell. Di spalla
alla band suonano i Lizards, capitanati da Vinnie
Appice, anche lui batterista come il più
famoso fratello. Suonano un robusto hard blues,
piuttosto piacevole – talvolta eccellente
nell’uso dei controtempi –, ben sostenuto
dalle qualità individuali del quartetto.
E, fortunatamente, le magagne acustiche tipiche
di un ambiente piccolo, grazie anche allo strumentale
limitato (chitarra, basso, batteria), non sono
fastidiose.
Poi arrivano loro. Certo c’è folklore
a volontà in questi appuntamenti: batteria
leopardata, occhialini con lenti colorate, abiti
di scena demodé (per i due “nuovi”,
Pascali e Rondinelli), atteggiamenti e movenze
da rockers di una volta. Eppure, a pensare di
avere di fronte uno che la doppia cassa l’ha
praticamente inventata, uno che sicuramente fa
parte della “sporca dozzina” dei più
grandi nel suo mestiere, che ha diviso il palco
(insieme al compagno Bogert) con Jimi
Hendrix, ha svezzato John Bonham e ora si
ripresenta in quell’Italia dove le note
di “Some Velvet Morning”, nel 1969,
fecero scalpore, chi non si sentirebbe un tantinello
emozionato?
Si inizia col nuovo album “The Return”
(2002) – il primo con materiale parzialmente
nuovo dai tempi di “Mystery” del 1984
– e ci si accorge che lo stile è
cambiato forse di mezza virgola: la versione di
“I Want It That Way” dei Backstreet
Boys stupisce non poco, ma si capisce che si stanno
scaldando i muscoli in attesa delle “ammiraglie”,
che puntualmente arrivano.
“Season of the Witch”, barocca e
gonfiata interpretazione di un pezzo di Donovan,
“Shotgun”, che accende il pubblico
fino a quel momento un po’ smorto, “Some
Velvet Morning”, con le sue misteriose e
sospese note d’organo e quel sentore di
fiori secchi, l’incedere imperioso…
una delle mamme del progressive. Si era alla fine
dei sessanta, si cercavano nuove strade per il
rock, nuove complessità, nuovi arrangiamenti.
I Vanilla furono tra i primi a provarci, dapprima
cone le cover – come “Ticket to Ride”
dei Beatles
o “You Keep Me Hanging On” delle Supremes
di questa sera – dilatate, reinterpretate
secondo i dettami della psichedelia trionfante,
poi con un pastiche, uno pseudo concept album
dalle idee confuse (un piccolo cult del kitsch),
“The Beat Goes On”, omaggio-sberleffo
a mostri sacri – e meno sacri - della musica,
da Beethoven ai Beatles, passando per Sonny &
Cher; infine si chiarirono definitivamente le
idee con “Renaissance” e “Near
The Beginning”. Rimasero però in
una specie di limbo, pionieri avventurosi dei
tempi a venire, con le loro distorsioni già
hard, i cori, i falsetti, gli arrangiamenti pomposi.
Ora che li abbiamo di fronte non si risparmiano,
sudano copiosamente, si esibiscono in mirabolanti
assoli. E allora pensi: però, questa è
gente che sa suonare, e anche se occorrerebbero
spazi più vasti e l’Hammond si sente
poco o niente, va bene lo stesso: se abbiamo avuto
i Led Zeppelin
e i Deep Purple in fondo è anche un po’
merito loro.
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