Seconda
e più nota opera dei Colosseum, formazione del rock-jazz
inglese, dopo l’esordio di "Those who are about to die
salute you", nello stesso anno. Nato per iniziativa del
batterista Jon Hiseman e del sassofonista Dick Heckstall-Smith,
il gruppo comprese, sino alla realizzazione di questo album,
Dave Greenslade alle tastiere, James Litherland alla chitarra
e Tony Reeves al basso. A questi ultimi due era affidata la
sezione vocale. L’abilità tecnica del quintetto è
qui ben testimoniata, ma l’importanza del disco consiste soprattutto
nel fatto che molti vedono in esso uno dei prodromi del progressive-rock
vero e proprio. A questo proposito vorremmo fare alcune considerazioni.
Esistono indubbiamente accenti progressivi in "Valentyne
Suite", ma questo è vero soprattutto, se non esclusivamente,
per quanto riguarda la suite omonima che chiude l’album: uno
stupendo brano pressoché interamente strumentale, diviso
in tre parti, compositivamente raffinato e che, a nostro avviso,
si stacca nettamente da quanto lo precede. Maggiore è
la complessità strumentale, in cui lo stile jazzistico
tendente all’improvvisazione lascia in buona parte il posto
ad una struttura prefissata e bilanciata. Stupendo in particolare
il "Theme Two", con un delicato ed epico vocalizzo
corale su cui esegue i suoi arabeschi il sax di Heckstall-Smith.
Ma efficaci sono anche i passaggi fra le diverse parti: il tema
principale del "Theme Three", che lo apre e chiude,
con composizione ad anello, sembra anticipare consimili invenzioni
dei Van der Graaf Generator, dove non a caso avranno importanza
fondamentale i fiati, e specialmente proprio il saxofono, di
David Jackson. Impeccabili le tastiere e il pianoforte di Greenslade,
così come la virtuosistica batteria di Hiseman (che dalla
seconda metà degli anni settanta si dedicherà
definitivamente al jazz). Dobbiamo ammettere che la preferenza
per la seconda parte del disco deriva anche dalla nostra predilezione
per il rock progressivo: ma certo le prime quattro tracce non
ci paiono cosa eccelsa, nella sezione vocale come in quella
strumentale; la sezione ritmica però è indubbiamente
di valore. Brani gradevoli ma che rischiano di rientrare nella
inflazionata categoria del "carino".
Un buon album, quindi, che testimonia la vitalità
del rock inglese alla fine degli anni sessanta: nel medesimo ’69 i King Crimson
incidono "In the Court of the Crimson King", una delle prime icone
del prog-rock.
7
novembre 2000
Track
list:
- The Kettle
- Elegy
- Butty’s Blues
- The Machine Demands a Sacrifice
- The Valentyne Suite: Theme One
- January’s Search, Theme Two
– February’s Valentyne, Theme Three
– The Grass is always greener
I
commenti
Paolo 13 aprile 2002
ERO
UN FAN DEI COLOSSEUM ( HO CINQUANT'ANNI),MA
A DISTANZA DI
TANTI ANNI I LORO PEZZI MI SEMBRA CHE ABBIANO
UN PO' PERSO FRESCHEZZA E
ORIGINALITA';CON UN'ECCEZIONE: "VALENTYNE
SUITE".QUI RITROVO,RIFERENDOMI
OVVIAMENTE ALLA SUITE, GIOIA,RITMO, CREATIVITA',FANTASIA,
ARMONIA ,DOLCEZZA
E ALTRO ANCORA.SCIVOLO INDIETRO NEL TEMPO
E MI RITROVO AD ASCOLTARE UNA
VECCHIA E CONSUMATA REGISTRAZIONE (NON AVEVO
IL LP, ERA PRATICAMENTE
INTROVABILE ).FEDERICO DIREI UN ECCEZIONALE
ALBUM.
CIAO E GRAZIE DELL'OSPITALITA'.
Matteo 9 febbraio 2001
Complimenti
Federico,
spero di leggere altri articoli come questo.
Saluti Matteo