“Non c’è arte senza infelicità”,
scrive Marco Bosonetto nel breve racconto (divertentissimo)
associato a “Negli Abissi Fra I Palpiti”,
all’interno del booklet di “Uno”.
E’ vero? Non interessa la risposta, è una
provocazione. Uno stimolo. Però riposa
lì, a parere di chi scrive, una delle
possibili chiavi di lettura di “Uno”.
I Marlene virano decisamente su spazi per loro
incontaminati con il loro album più difficile,
volano sopra tutti i nostri miasmi
pestiferi con una leggerezza rassicurante ma allo stesso
tempo bieca. Difficile per chi li ha seguiti
fino ad ora, difficile per chi deve approcciarsi
vergine alla loro musica densa e magmatica che
non si lascia mai scoprire subito neanche quando,
come adesso, si semplifica.
A tratti paiono decisamente
sollevati, le (due) note di piano di Paolo
Conte in “Musa” hanno una dolcezza mai
raggiunta, alle volte tornano sul luogo del delitto
con storie torve e crescendi a loro abituali
come in “111”. Insomma, lasciano
confusi.
La disomogeneità è innanzitutto
il difetto più lampante di “Uno”:
imbracciano la chitarra acustica ma non nasce
un album acustico, usano un minimo di elettronica
ma l’elettronica non incide mai, abbandonano
i loro proverbiali intrecci tra chitarre elettriche
senza aver abbracciato nessun’altra soluzione
sonora stilisticamente definita (definitiva?).
Sono liberi in quello che fanno, potrà dire
qualcuno.
Può essere, ma pur sfoggiando
un’indubitabile classe di melodie leggiadre sembrano comunque un po’ in imbarazzo nell’introdursi
in un mondo, quello della musica leggera italiana,
che non hanno mai abitato. Sono lontani i tempi
di “Senza Peso”, quando gli Emkey affidarono la produzione artistica ad una firma
internazionale come quella congiunta di Rob Ellis
e Head per cercare di arrivare (e chi più di
loro se lo meritava?) ad un pubblico non italiano.
E’ lo stesso Cristiano Godano quello che
fa ascoltare a Nick
Cave le trasposizioni in
inglese dei suoi testi per capire, direttamente
dal suo Vate, se funzionino e quello di adesso
la cui unica prospettiva è la Penisola,
il canto italiano (ascoltarsi “Canto”),
Paolo Conte? Eppure era solo quattro anni fa,
non si sta mettendo a confronto i Marlene di
adesso con quelli di “Catartica”.
Dio ce ne scampi, meglio
cambiare neh e i Marlene
hanno sempre dimostrato di saperlo fare, e bene.
Ma questa volta navigano forse in una prospettiva
musicale scomoda (limitata?) in cui probabilmente
sono stati ingabbiati dalla stessa tremenda forza
delle liriche di Godano, di una bellezza ineguagliata
e inarrivabile per qualsiasi altro artista italiano.
Musicalmente ci sono almeno un paio di momenti
spaventosamente commoventi, da groppo in gola,
in cui chi scrive ha riconosciuto una scintilla
davvero riservata a pochissimi (i ritornelli
de “La Ballata Dell’Ignavo” e
di “Uno”), quella potenza sconvolgente
e intensa che emozionalmente solo i Marlene sanno
dare. Poi ci sono tante canzoni gradevoli (“Canzone
Ecologica”, “Abbracciami”, “Negli
Abissi Fra I Palpiti”), alcune leziose (“Stato d’Animo”), che filtrano quelle emozioni forse perché Cristiano è davvero
più saggio e vuole lasciarsi alle spalle
i tormenti ancora presenti in “Bianco Sporco”,
o forse semplicemente perché così è.
Così vanno le cose e così devono
andare. Però verrebbe da dire che il problema
non è che i Marlene non sono più infelici,
il problema è che non sono ancora (del
tutto) felici.
“Uno” sarà uno
splendido album presentato a teatro, in una situazione
colta, pulita, distaccata. L’unico pericolo
vero di adesso dei M.K. è “solo” quello
che lanciava, monito per tutti, Roger
Waters:
di diventare pian piano, senza accorgersene,
comfortably numb. E’ una prospettiva che
a me spaventa terribilmente, quella di diventare
piacevolmente insensibile.
“Non c’è arte
senza infelicità”? No. Io credo
piuttosto che non ci sia arte senza intensità.
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