Ci fa sudare, quest'uomo, nell'attesa di sue
novità. Tre anni sono passati da "900"
e quel capolavoro ha assoluto bisogno di un seguito.
Come non detto, ecco qua "Una faccia in prestito",
un album che tiene col fiato sospeso dalla prima
all'ultima nota, ennesima riprova delle immense
capacità di un artista che non ha copie
e rivali, unico nella sua capacità di assorbire
stili disparati, riproponendoli attraverso i suoi
magici alambicchi di alchimista del suono e della
poesia.
I suoi ritratti di atmosfere e di persone sono
sempre più strabilianti, colti ed impagabilmente
ironici. Prendiamo per esempio "Teatro", una "orazione
d'onore per il Teatro Alfieri di Asti, chiuso
da tempo", una grande dichiarazione d'amore e
di nostalgia per quei giorni in cui l'evento teatrale
era l'Evento e tutti andavano a vedere ed ascoltare
cose che non avrebbero forse mai capito. Ma soprattutto,
"Teatro" sottolinea momenti di aggregazione quasi
scomparsi, emozioni sottratte dalla civiltà
e dalla velocità moderna: Conte, sornione,
ce lo fa notare.
Ci si perde fra le influenze stilistiche di "Una
faccia in prestito". "Don't throw it in the W.C."
è un jazz da ballo della mattonella, morbida
e vellutata; "Quadrille", cantata in coppia con
il fido Jino Touché, è una moderna
giga medievale che diverte pubblico ed esecutori;
"Fritz", col suo nome così teutonico, diffonde
atmosfere alla Weill/Brecht, marziali e malinconiche,
mentre "Vita da sosia" è un esilarante
pezzo in stile messicano folkloristico, con Conte
impegnato a parlare una strana lingua ispanico/napoletana!
Questa voglia di proporre linguaggi inventati
o quasi la ritroviamo in "Danson metropoli", un
concentrato di portoghese/spagnolo per un ritratto
nitido e spietato di una certa condizione di vita
marginale dentro un affannato e vorticoso ritmo
musicale. Con "Sijmadicandhapajiee", che non è
Esquimese ma dialetto astigiano, l'autore finalmente
parla e canta anche nel suo vernacolo, chiudendo
idealmente un cerchio di passioni che toccano
New York e le Langhe, Parigi e la negritudine,
ballerini stanchi di tango e vecchie nebbie di
periferia, magari scollinando su per il Passo
del Turchino. Da "Un fachiro al cinema": " Mi
sono perso un film, perché nel cinema tre
file avanti, sì, eri tu… ".
1. Epoca - Elisir
2. Fritz
3. Un fachiro al cinema
4. Teatro
5. Sijmadicandhapajiee
6. Le tue parole per me
7. Quadrille
8. Una faccia in prestito
9. Don't throw it in the W.C.
10. Danson metropoli
11. Il miglior sorriso della mia faccia
12. La zarzamora
13. Vita da sosia
14. Cosa sai di me?
15. Architetture lontane
16. L'incantatrice
I
commenti
delirio eclettico 6 ottobre 2001 il
disco più bello che abbia mai sentito
ho 16 anni e sono
orgoglioso di ascoltare paolo conte
lorenz 25 settembre 2001 Non
sono d'accordo con Mercurio, secondo me "Una
faccia in
prestito" è un album ispiratissimo,
pieno di tutte quelle idee che il
Nostro non aveva potuto sviluppare nei lavori
precedenti. E poi 70
minuti sono sempre meglio di 47!
MERCURIO 18 agosto 2001
Conte chiude gli anni '90 con un disco in
tono un po' minore rispetto a 900; d'altra
parte la stessa scaletta dei brani, a mio
parere troppo lunga, contiene canzoni non
tutte dello stesso livello. La prima parte
del disco (che va da 'Epoca' alla title-track)
é senz'altro più riuscita della
seconda, e snocciola pezzi per lo più
ebbri di sognante nostalgia (Le Tue Parole
Per Me, Elisir, Un Fachiro Al Cinema) a cui
si alternano episodi più aggressivi
(Sijmadicandhapajee) o riflessivi (Una Faccia
In Prestito). Della seconda metà salvo
solo Don'T Throw It In The W.C., Il Miglior
Sorriso Della Mia Faccia e l'estenuante L'Incantatrice
in chiusura. Comunque, era difficile, dopo
un'opera come 900, raggiungere di nuovo tali
picchi; e in fondo con un'artista come Conte
si può essere indulgenti: 'Una faccia
in prestito' resta pur sempre un disco da
avere.