Gli Ulan Bator, storica band per chi ha vissuto
i suoi diciott'anni cercando di arraffare tutto
ciò che il C.P.I. (Consorzio Produttori
Indipendenti) lanciava sul mercato, calano a Roma
per il lancio del loro ultimo lavoro, a due anni
di distanza da "Ego-Echo" e con una
line-up modificata: la seconda chitarra è
affidata a un transfuga dei Massimo Volume, scioltisi
di recente. La band conferma quindi la sua attitudine
a trattare e a convivere con il rock italiano,
nonostante la provenienza d'oltralpe.
Prima che Amaury Cambuzat e soci salgano sul
palco c'è però spazio per il gruppo
spalla, di cui mi permetto di parlare con orgoglio,
seguendoli ormai da anni in giro per club e locali:
i Noise From the Cellar. Gruppo della scena rock
indipendente romana, esecutori di un suono che
mescola Sonic Youth, Blonde Redhead, Pixies
e proprio Ulan Bator, salgono sul palco verso
le undici, accompagnati dai fischi di un pubblico
che vorrebbe subito il piatto forte e dall'incoraggiamento
di uno sparuto gruppo di aficionados (tra i quali
il sottoscritto).
Attaccano con dei pezzi nuovi - sono in sala
registrazione per la messa a punto del loro terzo
album - e il pubblico ben presto si trasforma
da ostile ad ammirato. Perché stasera i
Noise From the Cellar sorprendono un ascoltatore
scafato nei loro confronti come me: sarà
perché per la prima volta sono aggiunti
ai soliti chitarra/basso/batteria anche un synth
suonato da Manolo (perla rara nel panorama indipendente,
era l'anima geniale dei Masoko Tanga con la sua
tastiera folle) e un sassofono, ma veramente lasciano
un'impressione di maturità confortante.
Dopo otto pezzi i "miei" salutano il
pubblico e lasciano campo aperto agli Ulan Bator.
E che concerto! Sobri, compatti, senza frizzi
né egocentrismo lanciano suoni aspri mescolandoli
alla calma e ad una immobilità sonora angosciante
e spiazzante. Suonano con perizia, i quattro ragazzi,
coinvolgendo un pubblico comunque molto ben disposto
nei loro confronti in una danza senza ritmo, in
un valzer morto e decadente eppure così
rabbioso e vitale...i pezzi si susseguono, ad
essere saccheggiati sono soprattutto l'ultimo
lavoro e "Ego-Echo", ma anche "Vegetale",
del 1997, presta alcuni pezzi alla gloriosa causa.
E si avanza fin troppo rapidamente verso la conclusione
della serata, gli Ulan Bator salutano e vanno
a riporsi a lato del palco. Le luci non si accendono,
il pubblico non se ne va, come da copione è
la volta del bis. Ed è la volta del capolavoro:
i quattro tornano e attaccano una versione disossata,
lenta, claustrofobica, distorta di "Ego",
brano di chiusura di "Ego-Echo". Una
versione che sarebbe piaciuta a Thurston Moore,
col bassista a suonare lo strumento con l'archetto
e suoni impazziti...e la voce...che voce...che
voce. La canzone non sembra aver mai fine, ma
dopo ventuno minuti (21'!!!) tutto finisce.
Ancora un saluto, stavolta le luci si accendono,
aspetto con calma Pierpaolo (il chitarrista dei
Noise), gli restituisco la telecamera che mi aveva
prestato, scambio due chiacchiere con Amaury e
torno a casa. Soddisfatto.
Recensioni collegate:
Blonde Redhead - Melody
Of Certain Damaged Lemons
C.S.I. - Kalporzgrafia
Pixies - Kalporzgrafia