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ULAN BATOR
+ Noise From The Cellar
Concerto al Brancaleone di Roma (9 aprile 2002)
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di Raffaele Meale scrivi un'email

Gli Ulan Bator, storica band per chi ha vissuto i suoi diciott'anni cercando di arraffare tutto ciò che il C.P.I. (Consorzio Produttori Indipendenti) lanciava sul mercato, calano a Roma per il lancio del loro ultimo lavoro, a due anni di distanza da "Ego-Echo" e con una line-up modificata: la seconda chitarra è affidata a un transfuga dei Massimo Volume, scioltisi di recente. La band conferma quindi la sua attitudine a trattare e a convivere con il rock italiano, nonostante la provenienza d'oltralpe.

Prima che Amaury Cambuzat e soci salgano sul palco c'è però spazio per il gruppo spalla, di cui mi permetto di parlare con orgoglio, seguendoli ormai da anni in giro per club e locali: i Noise From the Cellar. Gruppo della scena rock indipendente romana, esecutori di un suono che mescola Sonic Youth, Blonde Redhead, Pixies e proprio Ulan Bator, salgono sul palco verso le undici, accompagnati dai fischi di un pubblico che vorrebbe subito il piatto forte e dall'incoraggiamento di uno sparuto gruppo di aficionados (tra i quali il sottoscritto).

Attaccano con dei pezzi nuovi - sono in sala registrazione per la messa a punto del loro terzo album - e il pubblico ben presto si trasforma da ostile ad ammirato. Perché stasera i Noise From the Cellar sorprendono un ascoltatore scafato nei loro confronti come me: sarà perché per la prima volta sono aggiunti ai soliti chitarra/basso/batteria anche un synth suonato da Manolo (perla rara nel panorama indipendente, era l'anima geniale dei Masoko Tanga con la sua tastiera folle) e un sassofono, ma veramente lasciano un'impressione di maturità confortante.

Dopo otto pezzi i "miei" salutano il pubblico e lasciano campo aperto agli Ulan Bator. E che concerto! Sobri, compatti, senza frizzi né egocentrismo lanciano suoni aspri mescolandoli alla calma e ad una immobilità sonora angosciante e spiazzante. Suonano con perizia, i quattro ragazzi, coinvolgendo un pubblico comunque molto ben disposto nei loro confronti in una danza senza ritmo, in un valzer morto e decadente eppure così rabbioso e vitale...i pezzi si susseguono, ad essere saccheggiati sono soprattutto l'ultimo lavoro e "Ego-Echo", ma anche "Vegetale", del 1997, presta alcuni pezzi alla gloriosa causa.

E si avanza fin troppo rapidamente verso la conclusione della serata, gli Ulan Bator salutano e vanno a riporsi a lato del palco. Le luci non si accendono, il pubblico non se ne va, come da copione è la volta del bis. Ed è la volta del capolavoro: i quattro tornano e attaccano una versione disossata, lenta, claustrofobica, distorta di "Ego", brano di chiusura di "Ego-Echo". Una versione che sarebbe piaciuta a Thurston Moore, col bassista a suonare lo strumento con l'archetto e suoni impazziti...e la voce...che voce...che voce. La canzone non sembra aver mai fine, ma dopo ventuno minuti (21'!!!) tutto finisce.

Ancora un saluto, stavolta le luci si accendono, aspetto con calma Pierpaolo (il chitarrista dei Noise), gli restituisco la telecamera che mi aveva prestato, scambio due chiacchiere con Amaury e torno a casa. Soddisfatto.


Recensioni collegate:
Blonde Redhead - Melody Of Certain Damaged Lemons
C.S.I. - Kalporzgrafia
Pixies
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11 aprile 2002




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