Polly ti guarda minacciosa dalla copertina: la
faccia in primo piano, l'espressione malevola;
con questa foto e i titoli che richiamano immagini
dal passato, viene spontaneo chiedersi se questo
non sappia di autocelebrazione, ma "Uh huh
her" non lo è affatto: si espone con
una nudità quasi intollerabile, colpisce
al volto.
Come proteggersi da questi suoni ruvidi e sinuosi,
da queste frasi limate fino all'osso? Pare di
ascoltare la tua ragazza cantare nella stanza
a fianco, inconsapevole di essere ascoltata, e
rimani sorpreso da quante cose pensi sul vostro
amore e lei non ti abbia mai detto: disperazione,
vergogna, odio, abbandono, solitudine, dipendenza,
purificazione.
"The life and death of mr.Badmouth",
blues metallico dall'incedere pesante, introduce
al disco senza essere accomodante, salvo poi aprirsi
nel ritornello, una semplice richiesta: "wash
it out", lava le tue labbra gonfie di veleno.
Il suono si distende in "Shame", meravigliosa
nel suo passo ritmato, la voce spiegata, i picchi
emotivi che sa raggiungere anche nello stesso
verso, i violini ruvidi e vibranti. "Who
the fuck?" suona invece un po' gratuita nella
sua virulenza verbale (che riporta direttamente
a "Sheela-na-gig": "gotta wash
that man out of my hair", ricordate?), ma
funziona ugualmente, e cresce nel finale, chitarra
impazzita e voce deragliata: un vero ceffone elettrico.
"Pocket knife", assieme al madrigale
"No child of mine", sperimenta un linguaggio
inusuale per Polly Jean, e ricorda storie del
patrimonio folk di ragazze che rifiutano il marito.
"The letter" accende di nuovo l'aria,
procede con foga wave per fiammate elettriche,
mentre il testo lega passione sessuale e scrittura
con intelligenti doppi sensi; "The slow drug"
al contrario si fa minima, disperata: un pulsare
digitale lento, violini pizzicati, l'amore è
come una droga.
"Cat on the wall" riannoda il filo
con "To bring
you my love", chitarre abrasive e l'organo
a portare il suono verso l'alto; è l'ultimo
momento aspro del disco, da qui in poi tutto scivola
sottopelle: le percussioni orientaleggianti di
"You come through", il piano che guida
una canzone innervata di rumore come "It's
you"; il piccolo diadema senza parole chiamato
"The end", armonica e chitarra; il raccoglimento
sussurrato di "The disperate kingdom of love",
un brano meraviglioso che fa scomodare perfino
un paragone enorme con Leonard
Cohen. Il grido dei gabbiani porta alla conclusione
tipica dei dischi di PJ, catartica e fremente:
da un "tu" invocato con foga, insultato,
accarezzato si passa a un "him"; i giorni
scuri del titolo sono alle spalle, non resta che
riprendere la propria vita, con addosso una cicatrice
in più. Strana, dolorosa, nascosta. "Uh
huh her" brucia come una ferita, ma incanta
come un diamante grezzo.
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