Ascoltavo questo disco assieme a mia madre, ieri
sera, sul divano di casa. Guardavo la sua espressione.
Era pietrificata. Tutto quello che riusciva a
dire era un timido “È terribile…”,
e non perché mai si sarebbe aspettata di
sentire una Nada così visceralmente rock,
ma per l’impatto della prima ghost track,
“Le mie madri”: una litania free form
furiosamente elettrica, teatralità impazzita,
grida, sgomento, bisogno disperato d’amore
urlato in faccia a chi non vuole ascoltare. Mia
madre non è la sola ad essere rimasta sconvolta.
Hai un bel da pensare a “Horses” di
Patti Smith, ma io ho trovato poche cose in grado
di farmi tremare così tanto, in tutti questi
anni di ascolti.
Nada non è più la bambina che incantò
Sanremo a quindici anni, non è più
quella che conobbe Piero Ciampi, non è
più l’attrice valorizzata da Strehler,
non è più l’icona dimenticata,
non è più la donna convertita ai
suoni più duri: “Tutto l’amore
che mi manca” racchiude tutto quello che
è stata, e lo fa con una sincerità
e una crudezza disarmante. Circondata dalle persone
giuste, musicisti eccellenti e in sintonia col
suo sentire (su tutti, Howe Gelb – che le
dona il sorriso triste di “Classico”
– e John Parish chiamato a produrre il disco),
Nada trova la forza di scavare ancora più
a fondo, di essere ancora più dura; le
chitarre di “Chiedimi quello che vuoi”
hanno colori magnifici, densi, fino a quando entra
la sua voce – quella voce –
ed esplode in un tripudio elettrico; ancora più
destabilizzante è “Asciuga le mie
lacrime”, con quell’attacco che è
puro noise, parole cantilenanti e pericolose come
macigni, che si sciolgono in una melodia inaspettata.
La voce distilla angoscia, spesso non si controlla,
e ascoltarla è come prendere un pugno alla
bocca dello stomaco: fa male, ti chiedi da dove
venga tutto questo dolore, se sia semplice arte
o che cosa si nasconda dietro. È l’amore
a muovere tutto, e spesso è un’attesa
vana (“E ti aspettavo”, la sommessa
e incantevole “Proprio tu” scritta
da Basile), altrettanto spesso è una speranza
(“Ti troverò”); ma è
una forza inarrestabile, alla quale ci si può
solo esporre (“Quello che ho”, “Piangere
o no”) rischiando che il proprio cuore diventi
pietra per le troppe scosse.
L’unica cosa certa è che si esce
dall’ascolto molto turbati, il cuore rimescolato
dalla nudità dell’emozione (“Senza
un perché”, molto meglio nella versione
acustica della seconda ghost-track) o dalla violenza
di un sentimento torbido (“Sono un oggetto
senza valore / buttata su una sedia / a bestemmiare”,
recita la title track, prima di chiudersi in un
muro di cinque chitarre sovrapposte). Amore, di
nuovo lui, cantato come lo avrebbe fatto un poeta
romantico: bellissimo e terribile. Proprio come
questo disco.
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