E' difficile, una volta terminati i 38 minuti
del debutto di Cristina Donà, non rimanere
a bocca aperta. Già fattasi notare con
il terzo posto al Premio Ciampi e con una bellissima
canzone per voce e piano all'interno di quel disco
bizzarro che era "Matrilineare" del
defunto C.P.I., questo esordio arriva a confermare
promesse e a sbalordire i pochi che lo hanno scoperto.
Non sono semplici canzoni, queste: sono quadri,
acquerelli che rappresentano i paesaggi emozionali
di una donna che non ha paura di mettersi a nudo.
Sono immagini ora drammatiche, ora livide, ora
catartiche. Se proprio si vuole indugiare nello
sterile giochino dei paragoni, possono essere
chiamati in causa l'adorato (da me, da Cristina,
e spero anche da voi) Jeff
Buckley, la prima PJ
Harvey, Ani Di Franco, i Nirvana (se non altro
per la title-track dedicata a Kurt Cobain), Patti
Smith e moltissimi altri, ma nessuno di questi
nomi è in grado di spiegare bene la musica
di questo disco.
Si parte con la veemente "Ho sempre me":
chitarre distorte a graffiare, una voce sottile
ma sicura, gli archi che creano un ritornello
dolcissimo, un testo che non racconta storie,
ma che preferisce evocare immagini. Da lì
in poi le atmosfere si fanno più quiete,
ma non meno intense: "L'aridità dell'aria",
la sua prima canzone, sorprende per la voce bellissima
e per il tremolio drammatico della chitarra; "Stelle
buone" è una canzone d'amore, due
corpi intrecciati che la luce del giorno dovrà
separare; "Labirinto" sembra evocare
un viaggio narcolettico in un tunnel pieno di
fumo; "Raso e chiome bionde" lascia
a bocca aperta per la voce, altissima e completamente
padrona di sé; "Le solite cose"
e le sue immagini di apatia sono disturbate da
un bellissimo violoncello distorto; "Piccola
faccia", ispirata a Patti Smith, è
una carezza dolcissima, uno dei momenti più
alti e ad un tempo meno appariscenti del disco.
Tocca ora a due canzoni in cui le distorsioni
si fanno nuovamente sentire: "Senza disturbare"
è l'istantanea minimale di un rivoltante
colloquio di lavoro, con un grande assolo di Manuel
Agnelli (che produce il disco) a scaraventare
sull'ascoltatore tutta la rabbia; "Ogni sera"
è invece l'unica nota stonata del disco,
dove probabilmente Agnelli si è fatto un
po' prendere la mano. Il problema non si pone,
però: il disco volge al termine, e Cristina
decide di chiuderlo alla grande: "Risalendo"
è incantevole, un organo a sostenere la
chitarra e un testo che decide di farsi poesia.
"Tregua" e la sua dedica a Kurt Cobain
non è da meno: dipinge immagini stupefacenti
e le adagia morbide su percussioni orientaleggianti
e inserti noise. "Troppe anime perse perché
io le segua/ datemi un po' di tregua". Come
si fa a non adorare un disco del genere? Grazie,
Cri.
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