Dopo oltre due anni dall'uscita "Transatlanticism"
arriva ora anche in Italia per la Grand Hotel
Van Cleef. Nonostante una difficile distribuzione
nel nostro paese, "Transatlanticism"
segnò all'epoca il discreto successo di
una band sconosciuta a molti, tanto da trasformare
il cantante/chitarrista Ben Gibbard da timido
songwriter a icona indie di fama, complici i Postal
Service, progetto electropop con l’amico
Jimmy Tamborello, uscito nello stesso 2003.
Cresciuti sotto l’ombra dei connazionali
Built To Spill, tre lavori alle spalle molto interessanti
ma indubbiamente meno consistenti, il gruppo nato
nei sobborghi di Washington ingaggia il nuovo
batterista fisso Jason McGeer, proveniente dagli
Eureka Farm, e ci propone un disco intenso e maturo,
un gran salto in avanti rispetto al passato.
Un trionfale accordo di chitarra distorta apre
l’epica “The New Year”, uno
dei pochi episodi veramente rock dell’intera
carriera del quartetto. Ma il disco è di
tutt’altro umore, e una raccolta e dolce
“Lightness” precede l’ingresso
in scena della drum machine di “Title and
Registration”, facilmente riconducibile
alle già citate escursioni elettroniche
del leader. La dondolante “Expo ’86”
ha un tono più leggero e dimesso e grazie
alle fragorose chitarre del ritornello rasenta
l’emo punk più contenuto. Stesse
chitarre sfreccianti per i due minuti di “The
Sound of Settling”, frizzante gemma pop
che con tanto di divertenti coretti contagiosi
ci mostra un Gibbard fortunatamente in grado di
mettere da parte la sua drammaticità per
scrivere pezzi ballabili e meno impegnativi.
Come non detto, il disco si rimmerge in quell’atmosfera
sofferta, proseguendo con il pessimistico amore
di “Tiny Vessels” e sfociando nella
title track. “Transatlanticism” parrebbe
essere la scomessa del gruppo, una ballata pianistica
di otto minuti, con l’incessante ripetersi
del verso “I need you so much closer”
che va a concludersi in un liberatorio “So
come on, come on…” a più
voci. Se la vetta del disco è proprio questa
lunga e sospesa “Transatlanticism”,
il resto procede senza episodi particolarmente
rilevanti, confermando che la penna di Gibbard
unita a delicati arpeggi di chitarra e a poche
note di tastiera riesce perfettamente a dipingere
paesaggi decadenti e malinconici che colpiscono
emotivamente l’ascoltatore ma che forse
sono ancora troppo labili per poter costituire
un capolavoro.
collegamenti su MusiKàl!
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