La storia degli Smashing Pumpkins di Billy Corgan sembrava
essersi chiusa definitivamente tra la fine del 2000 e la fine
del 2001: prima la tonitruante tournée di addio e autocelebrazione,
poi l'uscita del best of con inediti. E invece eccoli di nuovo
qui.
Intendiamoci, la band di Chicago è morta e sepolta,
Corgan ha già fatto in tempo a formare gli Zwan (con
alla chitarra mr. Slint/Tortoise/PapaM David Pajo), ma la
tentazione di sfruttare il nome ormai storico delle zucche
sfasciate colpisce ancora. Ciononostante la scelta di editare
live inerenti al periodo precedente all'uscita di "Mellon
Collie and the Infinite Sadness" è sicuramente
apprezzabile: laddove sarebbe stato facile e comodo incensare
i momenti di celebrità mondiale vissuti dal 1995 allo
scioglimento da Corgan, Iha, D'Arcy e Chamberlain - anche
quest'ultimo ripescato nella nuova formazione del leader -
ecco invece venire alla luce brani tratti da concerti svolti
in piccoli club, fumosi e sporchi, lontani anni luce dai palchi
alla MTV che di lì a poco esploderanno in tutta la
loro grandeur e la loro inconfondibile plastica.
In mezzo ai pezzi live ecco inseriti anche inediti, spezzoni,
frammenti, idee, come l'ouverture per organo e chitarra "Sinfony",
meno di un minuto di estasi sinfonica (per l'appunto), o il
minuto e mezzo techno/ambient di "Bugg Superstar",
sinceramente quasi ridicolo. Uno stuolo di feedback, distorsioni
e riverberi schiaccia l'esile voce di Corgan nella decisamente
più riuscita "Pulsezcar", un intermezzo acustico
del tutto ininfluente in "French Movie Theme".
Tra gli inediti spicca fortunatamente "Why Am I So Tired",
esempio lampante della miglior magniloquenza degli Smashing
Pumpkins; i quindici minuti e passa strumentali sui quali
si dipana la trama mostrano un gruppo capace, nei suoi momenti
migliori, di sintetizzare alla perfezione le reminiscenze
hard di band come Black Sabbath, Blue Cheer e Blue Oyster
Cult con l'amore viscerale per la new wave anni '80 (in particolare
Husker Du, Pixies e Cure). Una dimostrazione dell'intelligenza
musicale di Corgan, sfortunatamente a volte cedevole nei confronti
del suo egocentrismo.
La scelta dei brani live è buona, le canzoni sono
riproposte con energia e compattezza (anche se mancano, eccome
se mancano, le campane a rintoccare il ritmo in "Disarm",
sostituite dai feedback) e su tutte spiccano una versione
acustica di "Cherub Rock" e le interpretazioni di
"I Am One" e "Soma", pacificante e delicata.
Anche se la perla è la versione urticante e infinita
di "Silverfuck". Ovviamente le più applaudite
sono "Today" (leggermente accelerata rispetto alla
versione in studio) e "Mayonaise", dall'atmosfera
folk e campestre, cantate e urlate dal pubblico.
In fin dei conti un album che si lascia ascoltare, un testamento
decisamente più degno rispetto al controverso doppio
cd del 2001.