Quanto un genere musicale può veder straziate
le proprie corde interiori prima di perdere le
direttrici consone alla propria natura? Quanto
un universo sonoro può veder le proprie
giganti rosse trasformarsi gradualmente in nane
bianche e andare alla deriva verso buchi neri
in cui deflagrare nel colore, come l’astronauta
solingo di Kubrick, prima che ci sia bisogno di
un nuovo Big Bang?
Sono interrogativi apparentemente privi di qualsivoglia
logica, me ne rendo conto, ma che possono acquistare
una dignità se riallacciati alle sinapsi
che si susseguono dopo l’ascolto di un album
come il primo lavoro dei Bachi da Pietra; o addirittura
che precedono l’ascolto di tale lavoro.
E sì, perché il duo composto da
Giambeppe Succi e Bruno Dorella è, pur
nella sua uscita silenziosa in un mercato che
pare adorare il rumore (bianco) dei vari Vibrazioni
e Negramaro, un vero e proprio supergruppo. Giambeppe
è il signor Madrigali Magri, autori del
trittico delle meraviglie “Lische”/”Negarville”/”Malacarne”
– quest’ultimo continua a essere,
nella mia testa palpitante e nel mio cuore raziocinante,
una delle perle più luccicanti dell’ultimo
decennio di musica italiana -, Bruno è
a capo della Bar la Muerte e, dopo aver picchiato
su tamburi e piatti per conto dei Wolfango, ha
trovato la sua dimensione negli stupefacenti OvO
e nei Ronin. E proprio alla figura mitica del
Ronin, il samurai senza padrone che affastella
la storia del Giappone nel suo passaggio da medioevo
e età futura – perché praticamente
tutte le ere storiche che vi sono nel mezzo sono
state spazzate via da queste due istanze –
sono apparentabili i nomi di Succi/Dorella, entrambi
transfughi da realtà consolidate, alla
ricerca (forse) di una nuova purezza, di una nuova
linfa.
“Tornare nella terra” è il
titolo perfetto, quello che esemplifica senza
bisogno di ulteriori spiegazioni non solo il senso
di un’operazione musicale ma la stessa urgenza
che ne muove gli ingranaggi. La musica è
scarna, priva di qualsiasi caratteristica esornativa,
e tende alla dissoluzione come la voce bassa e
sbiascicata di Giambeppe – eppure così
chirurgica nel declamare che “è una
guerra e questa è una battaglia/non m’importa
se morirò domani” -; non si tratta
di un ritorno alla radice del blues, ma bensì
di un ritorno dello stesso blues alla radice del
suo essere prima di ogni cosa suono. I pochi accenni
di chitarra, ossessionanti e impossibilitati a
liberarsi definitivamente si sposano alla profondità
percussiva che schiaccia tutto trascinandolo giù,
in un viaggio sotterraneo che può apparire
a un primo disattento ascolto esiziale ma che
in realtà è l’unico viatico
per una nuova nascita, araba fenice che risorge
dalle proprie (e altrui) ceneri.
C’è anche spazio e tempo per una
spinta maggiormente ansiogena, come in “Solare”,
e per la dilatazione estrema di “Stirpe
confusa”, unico istante capace di espandersi
– si fa per dire, logicamente – e
di permettersi il lusso del silenzio, anche se
solo per pochi secondi: perché tutto ciò
che è presente in questo lavoro è
talmente intessuto della stessa essenza del suono
da costringere l’ascoltatore a ricredersi
sui compartimenti stagni che l’hanno visto
finora approcciarsi a termini come avanguardia,
melodia, struttura. I Bachi da Pietra sono
in perfetto equilibrio sull’asse, senza
intenzione di cadere né da una parte né
dall’altra, due menti compenetratesi e soprattutto
compresesi e accettatesi.
Un miracolo (italiano).
collegamenti su MusiKàl!
Madrigali Magri - Intervista
a Giambeppe Succi (27-8-2003)
Madrigali Magri - Malacarne
OvO - Cicatrici
Allun - Onitsed
Motorama - No
Bass Fidelity
Negramaro - Mentre
tutto scorre