Il Marc che compare come autore insieme ai suoi
“Mambas” è Marc Almond, mente
creativa di quei Soft Cell che proprio all’inizio
degli anni ’80 propongono un raffinato synth-pop
il cui apice verrà raggiunto in “Non
Stop Erotic Cabaret”, trinato verso il successo
dallo splendido singolo “Tainted Love”.
L’avventura con i Mambas è dunque
l’occasione per Almond per spaziare in campi
musicali estranei all’esperienza Soft Cell:
dopo aver partorito “Untitled”, album
nel quale brani originali convivono con riprese
del repertorio di Syd Barrett e altri, tra i quali
Jacques
Brel e Lou
Reed, ecco venire alla luce il capolavoro.
“Torment & Toreros” è un
affascinante viaggio all’interno dei codici
stessi della musica latina, come dimostra in maniera
lampante l’intro, affidato ad una chitarra
– suonata da Matt Johnson dei The The –
e ad un pianoforte dalla chiara influenza spagnoleggiante,
o come dimostra la rilettura di “The Bulls”
di Brel, divisa fra reminiscenze d’operetta,
crescendi alla Kurt Weill e spezzata dai fragorosi
“Olé” dei cori, col testo che
pone in parallelo le uccisioni dei tori nelle
arene con le migliaia di morti delle devastazioni
umane del novecento.
La maggior parte della struttura sonora è
affidata al pianoforte e agli archi, con divertiti
riferimenti classici – il Beethoven che
fa capolino nell’incipit di “In My
Room” – e scale in continuo crescendo
emozionale. A donare un’aura sorprendente
ai brani è la voce di Almond, tra le più
espressive e calde che vi capiterà di incontrare:
il modo in cui declama “Animal in You”,
circondato da riverberi di flamenco destinati
a crescere d’intensità, è
una delle esperienze vocali più vicine
al romanticismo che la musica contemporanea ci
abbia regalato.
Molti i sono gli apici di questo percorso, ma
come non ricordare la danza liberatrice e aulica
di “First Time”, dove gli archi esplodono
in tutta la loro grazia e gli accenni di chitarra
si sposano con un sassofono sommessa? O il pathos
malinconico sprigionato dalla scarna e sussurrante
“My Former Self”? O ancora la follia
ansiogena di “Untouchable One”, dove
la calma lascia il posto a rumori, rintocchi,
voci spettrali, sospiri, singulti, una chitarra
ectoplasmatica e una base ritmica cupa e ossessiva?
Anche se forse nulla di tutto questo può
superare la complessità compositiva del
medley che ospita “Narcissus”, “Goomy
Sunday” e una “Vision” ripescata
dal repertorio di Peter Hammill: quasi dodici
minuti nei quali si susseguono sprazzi di jazz
per sassofono, riffs catacombali, un organo pacificante,
vuoto di suono quasi totale, rintocchi delicati,
un flauto pastorale, archi enfatici.
Più vicini alla scena musicale dei Soft
Cell episodi come “Torment” (sicuramente
una delle più belle creazioni dell’intera
carriera di Almond), “Boss Cat”, “Black
Heart” – che all’epoca fu editato
come singolo -. A chiudere l’album arriva
“Beat Out That Rhythm on a Drum”,
che si apre come emblema alla percussione e diventa
un omaggio a Bizet, sicuramente uno dei compositori
classici più vicini allo spirito tzigano,
lo stesso che pervade questo pezzo e l’intero
album. All’epoca della sua uscita “Torment
& Toreros” andò incontro ad un
sonoro insuccesso, troppo lontano da quello che
il pubblico identificava nel nome Almond, troppo
distante dall’ovvio, dalla moda. E appare
tuttora avulso a qualsiasi basilare storia del
rock questo lavoro, microcosmo a parte, non rapportabile
a nessuna epoca, e forse per questo ancora più
grande ed importante.
Un album che attualmente è quasi impossibile
da reperire, edito in cd solo nel 1997, quasi
subito esaurito e mai più ristampato. Che
questa recensione si tramuti in supplica verso
chi ha in mano il destino di “Torment &
Toreros” mi pare cosa ovvia e scontata.
Ma, temo, inutile.
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