Il palco è nascosto dietro un sipario
nero fatto a brandelli. Un po' di attesa e poi
le luci si spengono, e attacca "'97Bonnie
& Clyde", dall'ultimo album. Sull'ultima
nota cade il sipario, si alza il fumo, compare
una scenografia essenziale tutta affidata all'effetto
delle luci su tre pannelli bianchi. Tre strumenti:
un piano a coda, un Fender Rhodes e un Wurlitzer
reduce dal primo Woodstock. Fin dall'inizio c'è
aria di anniversario: sono dieci anni di carriera
solista. E infatti i brani sono quasi tutti del
primo e dell'ultimo album, con qualche efficace
incursione in "Boys for Pele" e nei
B sides. Le mani di Tori si alternano tra una
tastiera e l'altra, poi ne suona due contemporaneamente
sedendosi a cavallo dello sgabello e guardando
dritto verso il suo pubblico. Che resta in religioso
silenzio fino alla fine di ogni canzone.
"Leather" apre la serie dei brani del
primo album, i "classici" che dal vivo
restano forse i più emozionanti: è
appena più lenta rispetto alla versione
dell'album, e questo la rende più intensa
e profonda. Segue l'evocativa "China",
e qui la voce è un po' incerta, forse volutamente:
la "nota fuori posto" è sempre
la stessa, nello stesso punto. L'effetto è
da brivido. "Winter" è vera poesia
in musica, un tuffo nel suo mondo. Soprattutto
così a pochi metri da lei: le emozioni
arrivano con una limpidezza vitrea, nessuna barriera
tra il suo microcosmo e quello di ogni spettatore,
solo la musica, pura e perfetta. Infine, a cappella,
"Me and a gun", spietato resoconto di
uno stupro realmente accaduto. E' uno dei momenti
più coinvolgenti dell'intera performance:
la scena è affidata completamente alla
voce di Tori e alle sue innumerevoli modulazioni.
E naturalmente all'espressività straripante
del suo corpo, che strappa scrosci improvvisi
di applausi.
"Take to the sky" necessita di percussioni:
ma qui ci pensa il pubblico, a tenere il tempo,
seguendo Tori che suona con la mano sinistra,
batte la destra contro il coperchio del pianoforte,
si volta a guardarci, sorride, incita e canta
senza una sbavatura. "Questo è l'unico
paese dove il pubblico batte le mani a tempo"
commenta alla fine. Con le evoluzioni vocali di
"Beauty Queen" e le atmosfere da carillon
inquietante di "Horses" viene giù
il teatro.
Per tutto il tempo, Tori evoca una misteriosa
signora. "Ho sognato questa serata, perché
una persona molto speciale è venuta a trovarci.
Molti l'hanno definita una puttana. La conoscete
molto bene, ma vi dirò chi è soltanto
alla fine". Sarà il richiestissimo
bis a rivelarlo: si tratta di "Mary",
Maria Maddalena, emblema di una liberazione possibile
dai secoli di oppressioni perpetrate dagli uomini
e dalle religioni nei confronti delle donne: "hanno
stracciato il tuo vestito e ti hanno rubato i
nastri/ ti vedono piangere e si leccano i baffi/beh,
le ragnatele non sono il posto giusto per una
farfalla/Mary, riesci a sentirmi?/Mary, stai soffrendo/ma
non avere paura/stiamo aprendo gli occhi/e so
che qualcuno verrà in tuo soccorso".
L'ultima uscita sul palco si apre con una suadente
"Have yourself a merry little Christmas",
un po' patinata. Per i fan la lacrimuccia diventa
davvero inevitabile. Conclude le due ore intense
ed emozionanti "Hey Jupiter", cronaca
disillusa e disperata della fine di un amore.
Ma Tori Amos non ha più granché
della donna abbandonata e piena di rabbia verso
gli uomini di "Boys for Pele". La voce
e le sue movenze suggeriscono pace, finalmente.
Una pace che raramente è appartenuta a
questa donna irrequieta, semplicisticamente liquidata
da molti come "pazza" o "strana".
Oggi, stranamente, le sue armonie suggeriscono
serenità.
.
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