Polly Jane Harvey è una ragazzina con
gli occhi grandi, il fisico esile e la pelle chiara.
Almeno così sembra nelle foto e nelle interviste
in tv. Ma ascoltando questo album si fa fatica
a credere che questa ragazzina sia sola dentro
il suo corpo da scricciolo, che davvero sia solo
lei a cantare, urlare e sussurrare; deve trattarsi
di una specie di condominio di anime femminili.
Da qualche parte ci deve essere una donna vecchissima,
ma anche una ragazza madre, e poi una strega malefica;
e ancora Medea sporca del sangue dei figli, e
certamente Eva tentatrice.
E poi, soprattutto, PJ, che dà voce e
corpo ad un universo femminile che urla e si contorce
sotto il peso delle sue antiche condanne; che
si sottrae al suo destino di “angelo del focolare”
per immolarsi su un blasfemo altare di lascivia,
dove il piacere e il dolore si confondono in un
unico fremito isterico, che proviene cioè
da quel posto da cui viene ogni uomo e in cui
ogni uomo vorrebbe tornare (dopo questo disco,
un po’ meno).
I suoni dell’album sono scarni, spesso sporchi,
ricordano le cose più tenebrose di quell’altro
invasato di Nick
Cave: impressioni di chitarra, organi spettrali,
("Teclo", "To Bring You My Love")
si alternano a cupe pulsazioni distorte (la fiaba
orrida "Down By The Water", "Working
For The Man"), creando una buia caverna di
suoni che ti inghiotte alle prime note e ti risputa
fuori solo dopo l’ultima The Dancer. Più
che un disco, un sabba. E un capolavoro, ma non
per tutti.
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