Parlando con gli appassionati di musica,
spesso si capitava nell'argomento Modest Mouse.
Un gruppo di cui tutti osannano le capacità melodiche,
le intuizioni sonore e il sapersi destreggiare
all'interno del panorama indie con una personalità
ormai consolidata. Nessuno mi ha mai detto qualcosa
sui testi. Nemmeno io. In fondo, perché avrei
dovuto? Le canzoni di Isaac Brock sembravano fatte
per essere ascoltate e basta. Inguaribili cazzoni,
i topi, altroché!
A minare queste certezze arriva Mark Kozelek
che, per il secondo disco a nome Sun Kil Moon,
decide di reinterpretare alla sua maniera
undici brani del repertorio dei Modest Mouse.
Ed ecco che si apre una porta verso un universo
tuttora inesplorato. Sì perché a differenza della
pletora di incompetenti che popolano le pagine
più trendy dell'indie contemporaneo, i testi dei
Modest Mouse hanno un senso e un significato.
Parlano di sogni infranti, di fuga, di paradossi,
di fatalismo. L'ironia qui si riduce al minimo
storico e i paesaggi sonori sono affidati alle
chitarre acustiche di Kozelek, da sempre specializzato
nel ricreare immaginari ben determinati con un
solo tocco strumentale.
Ascoltate "Tiny Cities Made Of Ashes", "Jesus
Christ Was An Only Child" e "Ocean Breath Salty"
e potrete convenire con me che questo disco è
necessario per svariate ragioni. Perché ci offre
la possibilità di vedere un gruppo musicale di
cui abbiamo una certa immagine da un punto di
vista totalmente inedito. Perché le riletture
folk à la Sun Kil Moon vestono queste canzoni
di un vestito tanto scarno quanto affascinante.
Perché ascoltare la voce di Mark Kozelek è sempre
un'esperienza da voler affrontare. Ed è buffo
pensare a come certe cose possano sembrare molto
più credibili cantate da lui anziché dal solito
nerd vagamente sovrappeso.