A neanche un anno dall'uscita di "The
Freewheelin' Bob Dylan" che lo lancia
nell'olimpo della musica d'autore mondiale, Dylan
si ripresenta alla ribalta con un nuovo lavoro.
E lo fa in maniera dirompente, lanciando nuove
lucide invettive contro un sistema marcio e da
combattere.
"The Times They Are A-Changin'" è
il suo album più politico, il più
intransigente, il più impegnato. Fin dalla
title-track, trascinante ballata dagli echi progressisti.
I tempi stanno cambiando, grida il menestrello
ai suoi coetanei, e si rivolge di seguito agli
intellettuali ("Who prophecie with your pen"),
ai gestori del potere ("c'è una battaglia
fuori che infuria, e presto scuoterà le
vostre finestre e farà tremare i vostri
muri"), ai genitori, ai quali viene chiesto
di non criticare quello che non possono capire.
Sempre più capopopolo, Dylan traccia la
strada, e la nuova via è fatta di libertà
("The order is rapidly fading"), consapevole
che la sua non è comunque una rivoluzione
definitiva ("Il presente di adesso domani
sarà passato"). Molto più cinico
e doloroso il tono di "Ballad of Hollis Brown",
dove viene raccontata la vita di un povero uomo
della periferia, nel Sud Dakota, portato dalla
disperazione e dalla disoccupazione ad assassinare
la propria famiglia. Splendida la strofa finale,
nella quale la storia assurge a resoconto dell'universo
("Sette le persone morte in un podere del
Sud Dakota, sette sono i nuovi nati da qualche
parte nella vallata"), dimostrazione di come
nulla sia solo un episodio.
Tocca poi a "With God on Our Side",
dove si narrano le gesta infami della politica
estera statunitense, in un crescendo di rara angoscia
("La seconda guerra mondiale finì,
abbiamo perdonato i tedeschi e poi siamo diventati
amici. Anche se hanno assassinato sei milioni
di persone bruciandoli nei forni, anche i tedeschi
hanno Dio dalla loro parte") che culmina
nello slogan finale, stanco ma risoluto e in fin
dei conti ottimista ("Se Dio è dalla
nostra parte impedirà la prossima guerra").
Abbandonata per un attimo la contestazione Dylan
si sofferma dolcemente sul mito del vagabondo,
ancora forte nella sua poetica, nella malinconica
e assolata "One too Many Mornings" per
poi raccontare una vecchia storia del west, la
vita di una donna scandita dal ritmo della miniera
di ferro in "North Country Blues". Ancora
un inno antirazzista in "Only A Pawn in their
Game" ("Gli viene insegnato fin dall'inizio
che le leggi sono con lui per proteggere la sua
pelle bianca , per rinfocolare il suo odio")
e poi ancora amore vagabondo in "Boots of
Spanish Leather".
"When the Ship Comes In" è una
ballata dai toni profetici (quelli che irromperanno
di lì a poco con veemenza), "The Lonesome
Death of Hattie Carroll" è uno straordinario
inno dei diritti civili, atto di accusa contro
l'ingiustizia dei tribunali, pronti ad assolvere
assassini solo in base al ruolo che ricoprono
nella piramide sociale, "Restless Farewell"
è la buonanotte alla Dylan, il saluto ad
un altro album perfetto, scandito dalla sua voce,
dalla chitarra e (a volte) da un'armonica leggera.
Un vero cantastorie che ha solo un'idea in testa
("Dirò anch'io la mia e rimarrò
come sono") e la persegue, con struggente
profondità e indiscutibile classe.
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Bob Dylan - la
Kalporzgrafia