Avete presente quei pub fumosi, con le luci soffuse
pieni di gente di mezza età che si trovano
nella provincia americana? Bene allora avete una
certa idea per l'ideale locazione di questo fantastico
disco blues di Bob
Dylan. Il blues appunto, quella musica del
diavolo che tanto fece scalpore con i suoi primi
vagiti attorno agli anni 40.
E' un blues d'annata quello propostoci dal menestrello,
senza fronzoli o contaminazioni da altri generi
musicali: blues puro, verace, sporco, trascinato
più che cantato, sofferto. Canzoni emblema
del disco sono indubbiamente l'iniziale "Love
Sick", aggiornamento riveduto e corretto
allo stile classico dei blues della desolazione
tanto famosi per Dylan, e la finale cavalcata
senza fine (16 minuti!) di "Highlands"
uno dei punti più alti del lavoro, dove
la voce del nostro è il quinto strumento
dopo chitarre, contrabbasso, batteria ed organo.
Non mancano però alcuni punti romantici
dove Dylan ci propone le sue classiche ballads:
innanzitutto "Standing In The Doorway"
(la cui unica pecca, rinvenibile in una così
soffice melodia retrò ed un songwriting
come al solito impeccabile, è forse un'eccessiva
monotonia), la pianistica "Make You Feel
My Love", la classica (violino e armonica
in evidenza) "Tryin' To Get To Heaven",
per finire con l'immancabile gioiellino del disco
quella "Not Dark Yet" dall'assolo chitarristico
finale davvero di disarmante bellezza.
Dicevamo appunto di un blues verace di spaventosa
originalità pur nella sua fedeltà
agli stilemi classici; le contaminazioni a ben
vedere ci sono, anche se ben mascherate, a partire
dalle taglienti chitarre elettriche del pezzo
probabilmente più duro (se così
è definibile) "Cold Irons Bound",
o le vaghe atmosfere reggae che si respirano in
"Can't Wait".
"Million Miles" è un altro pezzo
che vale il disco con quella sua sonorità
da scantinato, quei suoi piatti appena sfiorati
a scandirne il ritmo, quell'organo a pompa lento
ma costante come il battito del cuore di un grosso
animale. Nel complesso con "Tme Out Of Mind"
assistiamo davvero ad un tempo fuori da qualsiasi
memoria storica perché l'originalità
di Bob Dylan scavalca ogni possibile recriminazione
di aver composto un disco che sa di già
sentito.
Non possiamo che inchinarci ancora una volta
davanti a delle sonorità così avvolgenti,
così cool che immergono l'ascoltatore in
una dimensione desolante ma calda. E dobbiamo
riconoscere a Bob di avere qui dato prova di essere
oltre che un grande cantautore, un vero e proprio
musicista di grossissima levatura che nulla ha
ad invidiare ai mostri sacri dello storico blues
americano (New Orleans per intenderci); merito
tutto ciò anche della raffinatissima produzione
di Daniel Lanois.
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Bob Dylan - la
Kalporzgrafia