A due anni di distanza dal loro esordio sulla
lunga distanza con "Secrets
of Summer" la Juniper Band torna a far sentire
la propria voce. Il quintetto, sempre affidato
alle cure al mixer di David Lenci, dimostra di
voler portare avanti il discorso intrapreso sia
nell'album precedente che nell'EP "...of
Debris and Daylong Dreams": una musica fluida,
pronta a dipanarsi su trame intricate. L'approccio
strumentale si sta facendo via via sempre più
dominante, anche se i punti di riferimento esterni
non sembrano essere minimamente cambiati.
"Cold Bodies" in questo è un incipit fin troppo
chiaro: gli strumenti si sovrappongono andando
a creare un magma sonoro corposo e compatto, mentre
la voce si fa esile, sottile come una fetta di
pane (anche se i gorgheggi rimandano ancora a
un'idea non dissimile dalle scelte vocali del
giovane Thom Yorke all'epoca di "The
Bends" e "Ok Computer").
Quando tutto sembra chiaro e prestabilito, quasi
ovvio nel suo incedere, la musica impazzisce in
un gorgo di ossessioni ritmiche, rumori ovattati,
feedback più vicini all'indie-rock statunitense
che al drama-pop inglese. Convulsioni ritmiche
che avvolgono l'ascoltatore, trascinandolo in
un mondo tutt'altro che rassicurante - quello
echeggiato nella prima tranche del brano
-, disumanizzato e rabbioso. Il pianoforte di
Alessandro Cavalli ha acquistato in personalità
e adesione al progetto rispetto al passato, come
dimostra il trascinante incedere di "To the Glow".
Anche qui si fanno largo nel finale rumori angoscianti,
scorie di mondi lontani che arrivano a deturpare
la forma e forse a renderla più interessante:
in se e per sè le architetture sonore della Juniper
Band non sembrano infatti essere in grado di evolversi
particolarmente rispetto al passato, e questo
è un punto sul quale la band dovrebbe lavorare
maggiormente.
Eppure negli episodi più sostenuti e ansiogeni
(come "Ropes", "Blue Star" e la splendida "Gemini")
è possibile apprezzare un'urgenza vitale che potrebbe
forse ergersi come punto d'arrivo per il futuro
prossimo. Perchè il suono della band, oramai cristallizzatosi
e facilmente riconoscibile, non finisca per essere
pura maniera di se stesso, in una pratica masturbatoria
che potrebbe facilmente portare all'autodistruzione
e all'annullamento di se stesso. Per adesso ci
si può accontentare di un buon lavoro, con molte
ottime idee e alcune stanche ripetizioni.
P.S.: In "Bring Your Flowers" è ospitata la voce
di Jonathan Clancy dei Settlefish, in "Cult of
the Skull" il faluto di Fabio Ferrari. Per dovere
di cronaca.
collegamenti su MusiKàl!
The Juniper Band - l'intervista
The Juniper Band - Secrets
Of Summer
The Juniper Band - ...Of
Debris And Daylong Dreams
Radiohead - la
Kalporzgrafia