La storia del rock è costellata di piccoli
diamanti, forse non eccessivamente brillanti ed
appariscenti, ma certamente preziosi come non
mai. La storia di John Paul Jones è quella
di un piccolo diamante per anni vissuto all'ombra
di due personalità "accecanti"
come Jimmy Page e Robert Plant. Chi non si faceva
abbagliare, comunque, già conosceva il
valore di questo straordinario musicista, versatile
polistrumentista, finissimo arrangiatore proveniente
da metà dei dischi suonati in Gran Bretagna
nella seconda metà degli anni '60.
Il dirigibile
è ormai caduto, e i superstiti oggi devono
farsi valere senza poter contare su quella magica
alchimia che li rendeva speciali trent'anni fa.
C'è chi preferisce riproporre sbiadite
versioni di se stesso, e chi tenta di rinnovare
il proprio vocabolario musicale. Quest'ultimo
caso ovviamente riguarda il nostro John Paul Jones,
che a tre anni dal suo ultimo "Zooma",
disco quanto mai eclettico, oggi torna con "The
Thunderthief", un album decisamente ben pensato
e ben suonato, in cui spicca l'incredibile versatilità
dell'ex Zeppelin.
L'avvicinamento culturale di John Paul Jones
alla "corte" di Robert Fripp non è
passato certo inosservato. L'influenza del genio
crimsoniano
(che è anche il padrone dell'etichetta
discografica che ha prodotto questo disco) si
fa sentire dappertutto, a partire dal brano di
apertura, "Leafy Meadows". Questa traccia,
che vede proprio Mr. Fripp alla chitarra solista,
con i suoi riff granitici ricorda molto da vicino
le ricerche sonore di "Thrak" e "Vroom".
Un omaggio quasi spudorato al "padrone di
casa discografica" sembra venire anche da
"Hoediddle", in cui John Paul Jones
si cimenta con un chitarra "passata"
attraverso quel marchingegno diabolico che porta
il nome di "Frippertronics": loop di
chitarra che formano un tappeto sonoro dai risvolti
onirici, per poi sfociare in un riff trascinante
(e qui verrebbe voglia di nominare i Led
Zeppelin, se non fosse per il suono di chitarra
piuttosto bruttino; ma neanche Page aveva dei
gran suoni
). Il brano si chiude con un'irresistibile
cavalcata di mandolini e banjo, ovviamente suonati
dal buon Jones.
La title-track rappresenta senza dubbio uno dei
momenti più interessanti; riff pesantissimo
per nulla scontato, su cui si snoda una linea
melodica impazzita cantata dal nostro John Paul
Jones; la voce non ha granché di originale,
ma il timbro pulito, educato di Jones ha comunque
un qualcosa di suadente. La stessa sensazione
di soavità la si rivive con "Ice Fishing
At Night", delicata ballata eseguita al piano
dallo stesso Jones e cantata con la moderazione
di un attore di teatro inglese. Il brano, pur
essendo un po' penalizzato da un testo non esattamente
eccezionale (questa e le altre liriche del disco
sono state scritte da Jones e da Peter Blegvad),
ha un fascino arcaico che, nella breve digressione
strumentale sviluppata su un unico pedale, ricorda
le atmosfere di "No Quarter".
Tralasciando la grottesca parentesi di "Angry
Angry", brano punkeggiante decisamente fuori
luogo, troviamo ancora buoni spunti con "Shibuya
Bop", cavalcata micidiale, giocata su un
riff dal tempo impossibile suonato da un basso
con corde buone per una funivia, su cui si intrecciano
piccoli spruzzi di strumenti acustici (come il
koto) e organi Hammond strascicati.
Alla fine dei conti "The Thunderthief"
risulta essere un album abbastanza ostico, ricco
di tecnicismi e povero di reali emozioni. Per
John Paul Jones rappresenta di sicuro un buon
esercizio per mantenere le mani e la mente attive,
ma dal bassista dei Led Zeppelin ci aspetteremmo
qualcosa di più viscerale e diretto. A
frequentare certi tizi come Robert Fripp si prendono
cattive abitudini
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