Band giovane, musicisti smaliziati. Ecco i London
Underground, italiani con la passione per il prog.
Daniele Caputo (batteria), Stefano Gabbani (basso),
Gianni Vergelli (chitarre) e Gianluca Gerlini
(tastiere), tutti con una bella esperienza alle
spalle, sfornano il loro primo lavoro nel 2000
(“London Underground”).
A distanza di tre anni raddoppiano con un disco
che, fin dalle grafiche di copertina, la dice
lunga sui loro modelli. Ad una Londra fotografata
a volo d’uccello, virata in colori pastello,
sono sovrapposte immagini sfumate – volti
enigmatici, farfalle. In basso a destra, attraverso
un vetro circolare, vediamo una persona che allunga
una mano verso di noi in atteggiamento ostile.
Tutto molto elegante e colto: la personcina “through
the glass” richiama – inconsapevolmente?
– il famoso (e tondo) autoritratto allo
specchio del Parmigianino; il paesaggio odora
di Canterbury (la fotografia rosata del primo
album omonimo degli Hatfield & The North,
il rosa Caravan…); le evocative raffigurazioni
interne ricordano quelle di “A
Trick Of The Tail” dei Genesis.
Non crediate però di trovarvi di fronte,
anche musicalmente, a puro e semplice citazionismo
nostalgico. L’opera è fresca e tiene
conto del tempo trascorso: undici tracce di lunghezza
standard e di struttura piuttosto semplice, che
rileggono il prog classico in base ai parametri
del pop, senza snaturarlo. Il risultato è
davvero gradevole, a partire da “End Of
The Race”, impetuosa entrée d’altri
tempi cavalcata dall’organo Hammond. Gli
ammiccamenti musicofili – quando presenti
– non pesano mai, suonano leggeri. Tracce
dei Jethro
Tull della terza fase (post “A
Passion Play”) – nel riff di “The
Days Of Man” -, il ciangottare dei gabbiani
e il flauto nella elegante title track –
tutto molto Camel -, l’inizio della bella
interpretazione di “Can’t Find The
Reason” di Vincent Crane – un po’
Hatfield.
È l’aleggiare dello spirito dei
maestri, dei numi tutelari, non uno sterile revival
privo di slancio creativo. Fra momenti grintosi
(la rilettura di “Travelling Lady”
di Mann e Hugg, voci distorte e riff di organo
e flauto), incedere lento e arioso alla Pink
Floyd (“Sermonette”), lirismo
epico (“A Beautiful Child”) e intimista
(“Through A Glass Darkly”), episodi
decisamente hard (“Everything Is Coming
To An End”), c’è anche spazio
per qualche episodio meno riuscito – “Cryptical
Purple Browne Orcharde”, piuttosto monotona
e poco ispirata -, che, tuttavia, non turba l’equilibrio
complessivo di un album partito di gran carriera
e chiuso in modo disteso da “Another Rude
Awakening”, nella quale, accanto all’onnipresente
Hammond, fa capolino anche un impalpabile mellotron.
Tutti i testi delle canzoni originali sono di
Daniele Caputo.
collegamenti su MusiKàl!
Genesis - le
recensioni
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