L’ascoltatore ignaro che capitasse, per
volontà del fato, a orecchie aperte sulle
undici tracce che compongono “This Is Not
a Dream” dei Dadamah, potrebbe facilmente
incappare nell’errore di considerare questo
lavoro capitale della musica contemporanea una
perla solitaria. In realtà alle spalle
del progetto Dadamah risiede il genio di Roy Montgomery
che, oltre a una straordinaria carriera solista,
può andare in giro a vantarsi di essere
stato il leader tanto dei Dissolve quanto degli
Hash Jar Tempo. Insomma, non propriamente quello
che si direbbe uno sprovveduto o un principiante.
Ma torniamo a occuparci di “This Is Not
a Dream”, album semplicemente perfetto,
in grado di condensare in poco più di un’ora
il senso stesso del rock degli anni ’90,
navigando a vele spiegate in quella zona di nessuno
che lambisce il post-rock – che dopotutto
è ancora un arzillo bambinetto quando vede
la luce questo lavoro -, sfiora l’irruenza
indie e non si dimentica del passato più
o meno recente. Per comprendere meglio il senso
di quanto sto affermando basterà lasciarsi
rapire da “Limbo Swing” che parte
sussurrando accenni di chitarra, vi accompagna
un cantato femminile che ricorda l’indolenza
aulica di Dean Wareham dei Galaxie 500 e poi va
via via irrobustendosi, fino a creare un inseguimento
narcolettico che si trascina dalle parti dei Velvet
Underground, mentre in sottofondo si fa strada
l’organo, che prende definitivamente le
coordinate della danza mentre l’incessante
martellare sonoro mette in mostra una rabbia repressa
destinata a trasfigurarsi in sogno, deliquio ondivago,
fuga psicogena. Oramai la corsa è lanciata,
e l’unico modo per interromperla è
lasciarla inghiottire, in un marasma di rumori,
dai gorghi onnivori dell’organo. In sei
minuti e un’anticchia i Dadamah hanno scritto
un inno immarcescibile, simbolo di un’etica
musicale che avrà un peso preponderante
per tutto il decennio.
Ma l’importanza di “This Is Not a
Dream” non è certa tutta qui: ancora
John Cale, Lou
Reed, Sterling Morrison e Maureen Tucker ibridati
con il cantato declamante e catacombale di Ian
Curtis fanno capolino dietro “Papa Doc”;
a tutto questo si aggiunge la voce femminile,
tutta su un altro registro, a cozzare duramente,
a sposarsi per contrasto e non per osmosi. La
psichedelia mostra il suo lato più (tra)sognato
in “Too Hot Too Dry”, dove una Patti
Smith deforme si getta su una linea sonora dipanata
e destinata alla reiterazione. La rabbia repressa
è stavolta minata nella sua frastornante
deflagrazione da meccanici suoni spaziali: il
terraceo torna a fare i conti con l’immateriale,
l’intangibile, l’ectoplasmatico –
anche la voce è ora alquanto fantasmatica
-, prima di piombare nel rumore assoluto, privo
di coordinate precise. La forma canzone si mostra
ancora una volta profondamente umorale nell’incedere
di “Prove”, dove lo schema fisso della
band – l’irruenza che si innesta,
con i suoi nervi tesi e catatonici, su un tappeto
musicale etereo e sussurrato – torna a far
sentire la propria urgenza espressiva; urgenza
che viene lievemente modificata nel ritmo di “Brian’s
Children”, dove non c’è più
un lento e inesorabile estremizzarsi dell’architettura
del brano ma si passa senza esitazioni dalla breve
declamazione solitaria iniziale a una danza stressata.
Nuovamente l’amore per il contrasto a farla
da padrone in “High Tension House”,
dove il tappeto sonoro, mai troppo snervato e
più interessato a uno schizzo paesaggistico
– paesaggio mentale, questo è ovvio,
che non vi è nulla di naturalistico nel
mondo (ri)creato da Montgomery – si incontra
con il cantato disilluso e sconfitto di Montgomery.
“Nicotine”, nella sua tensione sperimentatrice
dimostra a chi ancora non fosse convinto da quanto
ha sotto mano la grandezza dell’intero progetto
musicale. Anche un brano apparentemente così
a parte rispetto all’omogeneo distendersi
sonoro del resto dell’album, rientra in
realtà perfettamente nell’etica del
suo creatore: il mondo incapace di pacificarsi,
la ricerca di un punto d’incontro tra la
materialità (in questo caso il sottofondo
tribale percussivo) e il suo opposto (i soliti
suoni cosmici, i riverberi inafferrabili), il
gioco tra furore e calma, il cantato aulico ma
indeciso e traballante, quasi un singhiozzo carico
di eternità, sono la base portante di “This
Is Not a Dream”, e qui esplodono con una
forza innegabile.
C’è ancora tempo per darsi all’intreccio
stonato di “High Time”, dove il riferimento
già più volte riportato ai Joy Division
diventa il corpus unico su cui fare affidamento
e dove la spinta verso l’etereo acquista
un valore vagamente sacrale, oppure per affinare
il proprio gusto uditorio alla corte magmatica,
iperreale e ovattante di “Scratch Sun”,
o meglio ancora per lasciarsi trascinare al centro
della pista da “Radio Brain”, con
la band inguainata in abiti garage straziati dalla
psichedelia e dai riverberi. Perché poi
c’è solo un minuto scarso per affezionarsi
alla circolarità giocosa di basso e chitarra
di “Replicant Emotions” e poi ecco
là che “This Is Not a Dream”
se ne va, pronto ad accaparrarsi il delirio plaudente
del pubblico. Perché Montgomery, Kim Pieters
(basso), Janine Stagg (tastiere) e Peter Stapleton
(batteria) meritano di entrare di diritto nella
storia della musica, e di entraci dalla porta
principale. All’uscita del loro capolavoro
questo trattamento gli fu inspiegabilmente negato.
Sarebbe ora di diffondere il verbo e riparare
al madornale errore.
La più bella realtà del rock indipendente
– date voi all’aggettivazione il valore
che preferite, vedrete che risulterà sempre
adatto – degli anni novanta non viene nè
dagli USA, nè dalla Gran Bretagna, ma dalla
sperduta Nuova Zelanda, provincia dell’impero.
Ed è ora di farsene una ragione.
collegamenti su MusiKàl!
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