Pochi dischi, come "Thick as a Brick",
hanno diviso e dividono tutt'ora critica e pubblico.
In verità l'inconciliabilità fra
roboante esaltazione e accanita denigrazione,
che da sempre avvilisce questo album, è
dovuta ad opposti e sterili estremismi, arroccati
su posizioni unilateralmente fossilizzate. Da
parte nostra abbiamo cercato di dimostrare, nelle
precedenti recensioni dei Tull,
come il percorso musicale del gruppo dalla fine
degli anni sessanta ai primi settanta non sia
così 'forzato' come reputa molta critica.
Ora giungiamo proprio a trattare il nocciolo della
questione o, sarebbe meglio dire, il 'casus belli'.
Con Barriemore Barlow alla batteria in sostituzione
di Clive Bunker la band affronta con stile pienamente
progressivo la sfida di un concept album a tutti
gli effetti. Ma si tratta di un mastodonte tanto
ambizioso quanto noioso e carente di idee, oppure
di un capolavoro perlopiù incompreso? In
realtà esiste una terzo grado di giudizio.
A chi ritiene il disco un forzato tentativo di
assimilazione dello stile progressivo allora in
pieno rigoglio rispondiamo che, se Anderson aveva
annusato bene l'aria che tirava, lo aveva però
fatto da musicista di talento: e infatti "Thick
",
costituito da un unico brano esteso in ambedue
le facciate, mostra una struttura assai originale.
"Tubular Bells" di Mike Oldfield sarebbe
arrivato l'anno seguente. Le opinioni del 'piccolo
Milton' ci scorrono davanti senza soluzione di
continuità - d'un fiato - in quella che
non è un'opera divisa in due parti (e per
capirlo bene è sufficiente utilizzare il
formato CD), né una suite, ma una unica
e immensa canzone scandita da ricorrenze tematiche.
Da questo equivoco, forse, sorgono le critiche
alla monotonìa e ripetitività del
disco.
Certo, di zavorra ce n'è, e alcuni passaggi
- soprattutto della seconda metà - sono
un po' noiosi e poco ispirati, invecchiati precocemente;
ma se si fa riferimento a quanto detto sopra circa
la struttura, allora certe ripetitività
risulteranno più apparenti che reali, o
quanto meno ridimensionate e parzialmente inevitabili.
Lo stile è in ogni caso personale, e non
di derivazione. L'uso delle tastiere è
assai massiccio, ma non va a scapito delle chitarre:
l' 'elettricista' Barre offre ancora la spina
dorsale ad una musica che rimane prevalentemente
chitarristica. Inoltre è assai limitato
l'uso degli archi (ridotti in pratica ad un breve
intervento nel finale, dove risultano piuttosto
efficaci), elemento a cui troppo spesso Anderson
ricorrerà in altre prove, e specialmente
in "Minstrel in the Gallery". Impossibile,
infine, ignorare alcuni momenti davvero esaltanti,
come il canto imperiosamente scandito e incisivo
dell'epico finale, anticipato alla fine del lato
A con un procedimento che sospettiamo dovuto anche
alle esigenze del vinile (e, in seguito, della
cassetta), ma che parzialmente lo sciupa.
Non un capolavoro dunque ma, anche in considerazione
della sua forma coraggiosa, un album che l'amante
del progressive dovrebbe avere. Un album a cui
ci si può affezionare.
collegamenti su Kalporz:
Jethro Tull - la
Kalporzgrafia