Non che ci si aspettasse che le meteore Therapy?
potessero attirare folle oceaniche, ma che riuscissero
a riunire solo una manciata di aficionados nella
loro unica data italiana, beh, questo non era
davvero pensabile.
I pochi che c'erano, però, smaniosi di
sentire dal vivo qualche chicca da "Troublegum",
l'album che li rese conosciuti al grande pubblico
nel 1994, non sono rimasti delusi. Ci si è
trovati davanti non una band vistosamente in declino
che arranca per non cadere nel baratro dell’oblio
totale, ma un gruppo onesto non di primo pelo
con una carica da far drizzare i capelli ad una
punk band di skin diciottenni.
Prima della band nordirlandese, peraltro, tanto
di cappello ai bolognesi Alix che hanno aperto
ferocemente le danze con il loro stoner venato
di striature hard-rock seventies. Già su
disco era notevole, ma sentire con le proprie
orecchie in diretta la voce di Alice Albertazzi
è stata esperienza consigliabile a tutte
le persone a cui si vuole bene. Alice è
lì, occhi chiusi, cembalo in mano e le
sue corde vocali che arrivano a picchi di calore
blues alla Janis Joplin. Repertorio attinto dall’ultimo
“Ground”, non una sbavatura, insomma,
una energica performance da professionisti, quasi
ipnotica. Il secondo gruppo di supporto, gli Amplifier,
hanno invece svolto l’importante funzione
di attestare che c’è tanta gente
a spasso che fa musica inutile e che magari si
gira anche l’Europa. Stragiasentiti, un
dubbio incrocio tra Stone Temple Pilots e Placebo:
insignificanti.
Poi finalmente, verso quasi mezzanotte, ad un
orario infame per tutti quelli venuti da fuori,
salgono sul palco gli headliner. La formazione
è a tre come negli anni d’oro, la
breve fase a quattro è già stata
accantonata e si capisce anche il perché
dato che il muro sonoro è completo nonostante
l’istrionico Andy Carns debba cantare –
e lo fa discretamente – e suonare la chitarra.
Il concerto inizia con “Rise up” ed
è subito coinvolgimento. Il ritornello
– molto eloquente – del secondo pezzo
(“Live like a fucker, die like a motherfucker”)
è subito canticchiato da tutti: si dubita
fortemente che il pubblico sappia che la canzone
è tratta dall’ultimo “Never
apologise never explain”, più probabile
che le magliette in vendita di fianco al mixer
con tale scritta filosofica siano servite allo
scopo.
Il suono è preciso, senza fronzoli, l’indole
crossover della band lascia il campo on stage
ad una insospettabile, per chi ormai è
sulla strada verso i quarant’anni, irruenza
punk. L’alacre pop delle preziose quanto
immediate melodie therapiane emerge in ogni song
tra un accordo elettrico e l’altro, scaldando
l’ambiente dei pochi che si dimenano sotto
i colpi dell’impressionante batterista Neil
Cooper (che ha sostituito il membro originale
Fyfe Ewing). Carns è pacioso, si applaude
da solo e sembra che si diverta un mondo nonostante
la serata, valutata con oggettività, sia
un concerto di una band che ha fatto un disco
imprescindibile per gli anni ’90 che si
è ridotta a suonare davanti a sì
e no cento persone. Ai Therapy? evidentemente
questo non interessa: hanno ancora da dare e,
dopo una struggente “On my own”, arrivano
ad un trittico che tutti sperano o si aspettano:
“Nowhere”, “Isolation”
e “Die laughing” per fare dritti dritti
un balzo di dieci anni all’indietro nel
tempo. Non sembri blasfemo, ma per chi scrive
sentire “Nowhere” dal vivo è
stato un po’ come ascoltare per la prima
volta live “Smoke on the water” fatta
dai Deep Purple: l’emozione spiazzante che
nasce dall’imbattersi, ‘for the very
first time’ ad un concerto, con quei pezzi-mostri
sacri che hai talmente sentito e talmente suonato
che quasi hai dimenticato, o non immagini più,
come la possano eseguire i legittimi intestatari
del pezzo.
La tensione poi scema un poco nonostante i Therapy?
continuino sufficientemente convinti con materiale
infiammabile come gli anticipi quasi Prodigy di
“Teethgrinder”, un altro grande chorus
sprezzantemente hard&easy (“James Joyce
is fucking my sister”) e la title track
di “Infernal Love” (1996), e soffrano
a causa dei problemi tecnici del bassista Micael
McKeegan che costringe gli altri due a suonare
un pezzo solo chitarra-batteria: “alla White
Stripes”, come dice ridendo Carns.
Il gruppo di Larne saluta promettendo di tornare
in Italia dopo Natale. Sperabile. Urge però
una tutela WWF perché se continuano con
un successo di pubblico del genere sorge la paura
che i Therapy? si possano estinguere come i panda.
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