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THERAPY? + ALIX + AMPLIFIER
Concerto all'Estragon (Bologna) (7 novembre 2004)
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di Paolo Bardelli scrivi un'email

Foto di Ian Dowdell (www.therapyquestionmark.co.uk)

Non che ci si aspettasse che le meteore Therapy? potessero attirare folle oceaniche, ma che riuscissero a riunire solo una manciata di aficionados nella loro unica data italiana, beh, questo non era davvero pensabile.
I pochi che c'erano, però, smaniosi di sentire dal vivo qualche chicca da "Troublegum", l'album che li rese conosciuti al grande pubblico nel 1994, non sono rimasti delusi. Ci si è trovati davanti non una band vistosamente in declino che arranca per non cadere nel baratro dell’oblio totale, ma un gruppo onesto non di primo pelo con una carica da far drizzare i capelli ad una punk band di skin diciottenni.

Prima della band nordirlandese, peraltro, tanto di cappello ai bolognesi Alix che hanno aperto ferocemente le danze con il loro stoner venato di striature hard-rock seventies. Già su disco era notevole, ma sentire con le proprie orecchie in diretta la voce di Alice Albertazzi è stata esperienza consigliabile a tutte le persone a cui si vuole bene. Alice è lì, occhi chiusi, cembalo in mano e le sue corde vocali che arrivano a picchi di calore blues alla Janis Joplin. Repertorio attinto dall’ultimo “Ground”, non una sbavatura, insomma, una energica performance da professionisti, quasi ipnotica. Il secondo gruppo di supporto, gli Amplifier, hanno invece svolto l’importante funzione di attestare che c’è tanta gente a spasso che fa musica inutile e che magari si gira anche l’Europa. Stragiasentiti, un dubbio incrocio tra Stone Temple Pilots e Placebo: insignificanti.

Poi finalmente, verso quasi mezzanotte, ad un orario infame per tutti quelli venuti da fuori, salgono sul palco gli headliner. La formazione è a tre come negli anni d’oro, la breve fase a quattro è già stata accantonata e si capisce anche il perché dato che il muro sonoro è completo nonostante l’istrionico Andy Carns debba cantare – e lo fa discretamente – e suonare la chitarra. Il concerto inizia con “Rise up” ed è subito coinvolgimento. Il ritornello – molto eloquente – del secondo pezzo (“Live like a fucker, die like a motherfucker”) è subito canticchiato da tutti: si dubita fortemente che il pubblico sappia che la canzone è tratta dall’ultimo “Never apologise never explain”, più probabile che le magliette in vendita di fianco al mixer con tale scritta filosofica siano servite allo scopo.

Il suono è preciso, senza fronzoli, l’indole crossover della band lascia il campo on stage ad una insospettabile, per chi ormai è sulla strada verso i quarant’anni, irruenza punk. L’alacre pop delle preziose quanto immediate melodie therapiane emerge in ogni song tra un accordo elettrico e l’altro, scaldando l’ambiente dei pochi che si dimenano sotto i colpi dell’impressionante batterista Neil Cooper (che ha sostituito il membro originale Fyfe Ewing). Carns è pacioso, si applaude da solo e sembra che si diverta un mondo nonostante la serata, valutata con oggettività, sia un concerto di una band che ha fatto un disco imprescindibile per gli anni ’90 che si è ridotta a suonare davanti a sì e no cento persone. Ai Therapy? evidentemente questo non interessa: hanno ancora da dare e, dopo una struggente “On my own”, arrivano ad un trittico che tutti sperano o si aspettano: “Nowhere”, “Isolation” e “Die laughing” per fare dritti dritti un balzo di dieci anni all’indietro nel tempo. Non sembri blasfemo, ma per chi scrive sentire “Nowhere” dal vivo è stato un po’ come ascoltare per la prima volta live “Smoke on the water” fatta dai Deep Purple: l’emozione spiazzante che nasce dall’imbattersi, ‘for the very first time’ ad un concerto, con quei pezzi-mostri sacri che hai talmente sentito e talmente suonato che quasi hai dimenticato, o non immagini più, come la possano eseguire i legittimi intestatari del pezzo.

La tensione poi scema un poco nonostante i Therapy? continuino sufficientemente convinti con materiale infiammabile come gli anticipi quasi Prodigy di “Teethgrinder”, un altro grande chorus sprezzantemente hard&easy (“James Joyce is fucking my sister”) e la title track di “Infernal Love” (1996), e soffrano a causa dei problemi tecnici del bassista Micael McKeegan che costringe gli altri due a suonare un pezzo solo chitarra-batteria: “alla White Stripes”, come dice ridendo Carns.

Il gruppo di Larne saluta promettendo di tornare in Italia dopo Natale. Sperabile. Urge però una tutela WWF perché se continuano con un successo di pubblico del genere sorge la paura che i Therapy? si possano estinguere come i panda.

collegamenti su MusiKàl!
Deep Purple - Made In Japan




15 novembre 2004




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