“Abbiamo avuto un approccio più
rock, ma non siamo mai completamente una rock
band”, dichiara Max Casacci (chitarra),
riassumendo così in poche parole spirito
ed intenti del nuovo disco dei cinque torinesi,
dati prima per dispersi tra i vari progetti paralleli,
dopodiché rientrati in studio con l’accompagnamento
di una polemica discografica che con la musica,
quella da ascoltare, nulla ha a che fare.
Ed in effetti, quel che spicca dal primo ascolto
è una particolare concentrazione sui ruoli
ed i suoni dei singoli strumenti, perseguita attraverso
una ricerca di perfezionamento formale, ma pure
un’attenzione alla resa sonora. Basti pensare
alla tastiera di “Ratto”: strumento
elettronico per eccellenza, qui fa i conti con
la volontà di utilizzare pianoforte elettrico
e di eliminare l’utilizzo del sequencer,
tanto caro alle opere passate.
Meno standardizzazione, per conseguenza, che
salta alle orecchie in una traccia come “Gasoline”:
sulfurea, ipnotica e criptica nelle parole, e
non solo per l’esperimento anglofono dal
sapore internazionale, si presenta così
quale pezzo più accattivante dell’album.
Senza dimenticare che, nel suo cuore, apre il
panorama ad un complesso solo di batteria, commistione
tra acustica ed elettronica, che si snoda sino
a perdere il controllo del battito. Meno standardizzazione,
ancora, nella cura per la registrazione di archi
in presa diretta, operazione che va a sostituirsi
ai normali, asettici, campionamenti.
Tuttavia, più in linea con la precedente
produzione subsonica, è “Corpo a
corpo”, quasi a ricordare l’album
di debutto del gruppo, con una calda base reggae
solcata da algidi innesti elettronici. Il tutto
ad accompagnare un cantato ruvido tanto quanto
il testo. Proprio per quanto riguarda le liriche,
spunta nuovamente la collaborazione con l’amico
Luca Ragagnin, tanto evidente nella “preghiera”
“Serpi”. Eppure, il tributo dello
scrittore non è l’unico presente:
tra le melodie dell’album, Ale Bavo dei
Sushi, al suo debutto in un lavoro ufficiale con
i concittadini, e Dave Pemperton al mixer, già
ben noto per i suoi influssi su Groove Armada,
Orbital e Prodigy.
Comunque sia, il manifesto della voglia d’elettrico
e di creare sfumature di genere, desiderio che
permea l’intero progetto, pare essere l’ouverture
dell’album al mercato, “Abitudine”.
Questa giunta in radio, non a caso, dopo il già
citato periodo di pausa: “crisi e rigenerazione”,
per dirla come lo stesso Boosta (tastiere). Mutamento
peraltro avvertibile nelle tracce più melodiche
del disco, quale è “Incantevole”,
una ballad fiorita su di un sottofondo che, se
ambient non è propriamente, rimanda tuttavia
ad un pezzo come “Subterranean Homesick
Alien” dei Radiohead.
Così, mentre le ultime tracce del disco
appaiono sempre più segnate dalla presenza
del synth, in un improvviso spostamento del baricentro
verso note elettroniche, l’orizzonte si
spalanca sulla strumentale “Terrestre”:
rumori impercettibili, costruzioni sonore meticolose,
suoni in collage da musique concrète.
Su quest’onda, improvvisazione e concretezza,
snodati in rimandi al passato della musica ed
al passato del gruppo stresso, danno origine ad
un disco sicuramente curato nella forma, forse
troppo prolisso nella durata, ma che racchiude
i semi della doppia anima della band. Elettricità
ed elettronica, con una volontà in più:
più rock, più materialità.
Più suonato. E più terrestre.
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