Finalmente è ritornato! A nove anni dall'ultimo
lavoro in studio, l'eccezionale "The Future",
Leonard
Cohen torna con la sua voce a smuovere le
angosce residue della nostra anima. Dopo aver
cercato la pace spirituale in un monastero buddista,
rifuggendo, come suo solito, la pubblicità
e la fama, porta alla luce dieci nuove canzoni,
semplicemente dieci nuove canzoni, come emblematicamente
recita il titolo dell'album. Dieci passi timidi
e al contempo decisi verso la purezza.
Si inizia con la batteria, accompagnata da uno
stuolo di tastiere profondo e da un delicato riff
di chitarra, poi ecco la sua voce che scende innalzandoci
e facendoci entrare "nella sua vita segreta".
E questo è il registro che l'album porta
avanti, atmosfere tenui e soffuse, profondità
della ricerca del suono, canto basso e controcanto
aulico, tensione e snervamento teso ad appagare
la ritrovata pienezza dei sentimenti, perdita
di coscienza, o forse meglio perdita della percezione
della coscienza, perché se sulla pelle
si può scivolare e sfuggire è nella
profondità dell'animo che Cohen ci incatena
e ci rende fragilmente perfetti per la durata
dell'album, che è una sorta di "A
Thousand Kisses Deep", un gentile tocco di
un anziano a mille baci di profondità.
C'è, e si nota, l'influenza dell'esperienza
buddista, come palesato in "That Don't Make
It Junk" e nell'ipnotica "Here It Is",
ma alle spalle del tutto c'è il solito
Leonard Cohen, con le sue dolci ballate che da
sempre l'hanno contraddistinto come uno dei più
grandi cantautori di tutti i tempi, preso come
esempio da gente come Nick
Cave e Jeff
Buckley. Sì, perché alle spalle
di "Alexandra Leaving" c'è sempre
Suzanne, simbolo ideale di Cohen, sua musa alla
ricerca perpetua della libertà, che sia
essa prigione di se stessa o libertà immateriale
ed eterna.
Ad accompagnare il maestro in questo cammino
c'è sempre la voce di Sharon Robinson che
ha scritto con Cohen anche la musica e i testi.
Un lavoro a due, dunque, che pure il cantautore
riesce in ogni occasione a fare suo e universale.
Un cammino in cui Cohen ringrazia chi gli è
stato vicino, lui così schivo, lui così
poco attratto dalle luci dei riflettori e un cammino
alla fine del quale è capace di definirsi
"Felice". Consapevole che la sua felicità
si riflette, come luce spezzata, sui nostri sogni
e i nostri desideri. Senza un perché, senza
un reale motivo, sappiamo solo che è da
sempre così. Perché, come Suzanne,
ci ha toccato il corpo con la mente.
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