Si esce con le ossa rotte e un po' di sangue che cola dal labbro. Questa notte è andato in scena il Teatro degli Orrori. In una sala scura, gonfia di testosterone e sudore ad attendere i quattro avvelenati nelle loro camicie nere, maneschi e ubriachi.
Strano che tanta gente accorra per farsi bastonare, manco fosse una serata futurista. Che poi in termini di tensione ci manca poco, perché anche se quello del Teatro è uno spettacolo rodato e poco in balia al caso (ormai), il senso di pericolo è reale, palpabile. In “Compagna Teresa” (che ricaccia per fortuna ogni sospetto futurista, altro che gettare pallette da una scalinata) non c'è un solo muscolo fermo in sala, qualcuno si agita, qualcuno si difende.
Nichilismo bastardo. Disfattismo. Suicidio. Diserzione (“Refusenik”). Sono occhi aperti e bocche che parlano. Merce rara. Occhi velati di lacrime di rabbia e parole biascicate tra litri di bava e birra. Il Teatro è la copia di “Viaggio al termine della notte” che custodite sulla libreria anche se volete pisciare sulla tomba di Cèline.
La differenza tra il Teatro e la tv non è da poco: se l'attore stecca puoi fischiarlo, ma se ti squilla il cellulare e ti becchi uno schiaffo devi solo stare zitto. Si scopre così che Favero non è tipo da TRL e l'esuberanza fuori luogo di certo pubblico la digerisce poco. Capovilla ci si dà in pasto, invece, e va per conto suo sovrapponendosi alla banda che ha alle spalle mischiando Tenco e Jesus Lizard. I nuovi brani mettono molta curiosità anche se si aspetta di capirne la portata.
Intanto i quattro continuano a stratificare declamazioni e bordate violentissime, un suono mutevole ma che tende pericolosamente al caos. Solve et coagula. Signori, il Bafometto è lì davanti. Sta a voi stabilire se è finzione scenica o realtà rivelata.
Questo Teatro non ha forse dentro di sé la coprofagia decerebrata dei Black Lips né il cannibalismo rigurgitante dei Butthole Surfers, la sua musica ha bordature taglienti e avvelenate ma quel che sorprende è l’indole quasi sempre “cantabile”di canzoni e ballate (a ripensarci, soprattutto ballate) che restano comunque tali, in bilico tra il lirismo trobadorico del De Andrè più disperato e il furore etilico di Piero Ciampi. Diciamo così: il suono di questa band somiglia in qualche modo all’urlo della bella canzone italiana mentre si discioglie nell’acido sfrigolante del noise più paranoico, un attimo, appena un attimo, prima che tutto si dissolva nel nulla informe. Attorno a questo i gesti scomposti e lo smanacciare convulso di un Capovilla che parla da solo, gesticola, si rovescia la birra sull’addome, sputa e grugnisce, inghiottito in un vortice semiprofetico che blatera e maledice con fare stregonesco, tra Carmelo Bene e uno stormo di Erinni schiamazzanti.
Forse alla fine tra l’Orrore e il Teatro vince quest’ultimo, ma il Teatro non scade mai nella retorica macchiettistica e caricaturale di una piccola Bottega degli Orrori o nel novelliere sardonico di uno zio Tibia come tanti altri, questa è gente che vuole far paura sul serio e non ha pudori nel denudare il vuoto pneumatico che gli gonfia la gola, di rovesciare sui volti sfigurati del pubblico uno specchio di mercurio che dice la verità e che dice che la verità non può che condannarci tutti senza appello alcuno, perchè tutti siamo nella stessa misura irrimediabilmente colpevoli e “toccati” dalla malattia dell’assurdo. Nella loro musica ritroviamo così il sapore acre della terra bruciata in cui non splende più il sole di un ideale capace di additare una via di possibile salvezza, ma anche l’anelito ad una superiore bellezza e giustizia (le due cose coincidono) che appartiene in maniera esclusiva all’ultimo giorno delle nostre vite.
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Il Teatro degli Orrori - Dell'Impero delle Tenebre