Sarebbe un paese affascinante quello in cui nelle carte d'identità dei suoi cittadini esistesse la voce "Gusti musicali". Andavo coccolando questa divertente intuizione mentre guardavo i ragazzi che in una delle prime calde notti che inaugurano l'estate palermitana si sono raccolti al Bier Garten per il concerto de Il Teatro degli Orrori: sono molti ma non moltissimi. Un migliaio? La spedizione dei mille era più fresca di noi! Chi sono? Ragazze e ragazzi in cerca di qualcosa, in parte interessati ai temi politici e sociali, in parte desiderosi di una folle serata per devastarsi. Avranno quello che questa sera desiderano.
Il tempo di perdermi in pensieri simili e provare categorizzazioni sociali che il momento è invece già arrivato. Ci siamo. Si spengono le luci. Le invocazioni si fanno entusiaste, alcune già sguaiate, ed ecco che dall'oscurità emergono Gianpaolo, Gionata, Nicola, Tommaso e Francesco, tutti vestiti di nero, subito ai loro posti di combattimento mentre monta la marea verso il palco. E il colpo d'asta del microfono battuto da Pierpaolo in contemporanea alla batteria tonante di Francesco innesca la macchina: via con la bolgia orgiastica ed eccitante di un folle pogare: è "Due" a sommergerci per prima con un Pierpaolo letteralmente avviluppato dalle mani adoranti dei fans e Gionata, plastico e dannato come un gargoyle, stagliato sulla folla con la sua chitarra-mitra. Inizia il rito frenetico di una religione di cui si sente spesso la mancanza, fatta di un'autenticità che il teatro solo può regalare, e si scusi il gioco di parole, quella di un rock veramente dionisiaco, senza pose, filosoficamente devastante, di cui Pierpaolo Capovilla, un Paolo Conte declinato in versione post rock, è il sacerdote, consapevole e amichevole: è infatti immediatamente tangibile lo sguardo persino affettuoso che Pierpaolo lancia ai tanti che gli si avvolgono ai piedi, alle gambe, al torace. I suoi stage diving sono immediati, eccitanti, ripetuti, creano scompiglio tra gli uomini addetti alla sicurezza, per non parlare delle fulminee incursioni sul palco di esaltati fans che prendevano la rincorsa e si lanciavano tra la folla. Spettacolare!
"È colpa mia" preceduta dalla confessione personale di quanto un'intera generazione abbia fallito è quanto di più commovente la rabbia rock possa esprimere. Che dire invece del "Padre Nostro"? La senti e sin dalle prime note hai la sensazione precisa che il buon caro rocker Gesù l'avrebbe cantata esattamente con la stessa indignazione e perché no, con lo stesso amore. Incredibilmente toccante.
Si fa sul serio con la furente "A sangue freddo" e nella pozza di sudore nella quale nuotiamo noi e i nostri cinque una fredda ma esaltante morsa di vendetta ci prende tutti quanti, e sembra proprio che giustizia potrà esserci. La simbiosi è perfetta, tanto che quando si presenta un problema tecnico Pierpaolo può permettersi di interrompere e iniziare nuovamente "Terzo mondo" perché altrimenti "non ha senso"! O ancora di zittire un'intera folla alla frase "se io fossi silenzioso" ("Majakovskij").
Il miglior commento è quello di un fan sgolato che riesce a filtrare in un attimo di teatrale quiete: "Questo è teatro!" e non capisci se il tremore nella voce sia solo incontrollabile entusiasmo o la segreta paura che finita questa esibizione non si troverà altrove la stessa "famiglia" che condivide il bisogno di giustizia e amore, lo stesso infernale fuoco puro.
Applausi lenti densi di complimenti alla notturna "Direzioni diverse": si ha la percezione di raccogliere perle di poesia confuse nella sublime cacofonia di un rock che dentro il caos prova a tracciare l'ordine di una resistenza morale.
"Die Zeit" commentata da una sezione ritmica psicologicamente suggestiva confessa la solitudine totale dell'io: "Tu non mi ami più e Dio nemmeno" infilza l'anima e il cuore e questa amarezza in fondo tenera ci conduce alla conclusione del concerto, fisicamente chiuso dalla scomparsa di Pierpaolo tra il pubblico delirante e il buio, dopo l'estremo stage diving dal quale non tornerà, mentre gli strumenti scompaiono uno ad uno come un'energia che si esaurisce verso il silenzio: la simbiosi catartica tra artista e pubblico è compiuta, e un brivido sacro resta tra noi, come se avessimo assistito ad un antico sacrificio di sangue. L'arte è questo: avere il potere, attraverso la compenetrazione, di ordinare qualunque cosa all'animo umano, persino la cosa più turpe, e invece donare il sublime e se stesso.
Così in questa notte afosa torno a casa, assordata e felice, con uno stato d'animo pacato e allo stesso tempo esaltato: con l'impressione di aver assistito ad un atto d'amore completo e di totale fiducia, dove a farla da padroni sono stati il carisma potente e maturo di un artista, di un gruppo di musicisti fenomenali, e il bisogno bruciante di un leader morale credibile.
collegamenti su MusiKàl!
Il Teatro degli Orrori - A sangue freddo
Il Teatro degli Orrori - Concerto al Circolo degli Artisti (Roma)
Il Teatro degli Orrori - Dell'Impero delle Tenebre
Paolo Conte - la Kalporzgrafia