Questa volta mi sono preso il tempo necessario.
Per ascoltare, in silenzio, e scrivere. Mi ero
entusiasmato davanti a “(
)” per poi lasciarlo cadere nel dimenticatoio,
ricordandolo anche con un po’ di fastidio:
troppo silenzioso, troppo aleatorio, troppo lungo…
troppo noioso, ecco.
A “Takk” ho voluto concedere più
tempo, e più ascolti, e stavolta sono certo
di essere rimasto incantato: dove “( )”
era muto e oscuro, il quarto disco della band
islandese è un’esplosione di colori
e di gioia, ed è la cosa più bella
che abbiano mai fatto. La musica dei Sigur Ròs
rimane un’architettura fatta d’aria,
ma questa volta non si dimentica della terra:
dopo una breve introduzione strumentale, “Glosoli”
vaga eterea nel cielo per gonfiarsi ad ogni rintocco
di basso e batteria ed esplodere, rumorosa ed
estatica; come spostandosi su un particolare differente
di un quadro multicolore, la musica sfuma negli
archi e nel pianoforte di “Hoppipolla”,
disegnando una melodia infantile e celeste che
finisce per avvolgersi su se stessa, delicata,
nel finale di “Meo blodnasir”.
È una musica che gioca con i colori, questa;
che non cede al grigio e all’idea che una
bella canzone debba essere per forza triste: per
questo “Se lést” si balocca
un po’ con uno xilofono per poi lasciare
lentamente spazio a una fanfara di paese, mentre
“Saeglopur” si appoggia ad una linea
semplicissima di pianoforte, per poi scoppiare
come un temporale inatteso sotto i colpi della
batteria e riposarsi infine tra gli archi delle
Amina.
Alcuni passaggi ricordano ancora il post-rock
di “( )”, ma, mentre in “Milanò”
gli strumenti accompagnano la voce in un’ascesa
meravigliosa verso l’Empireo, mi rendo conto
che non ha assolutamente senso scomodare alcuna
categoria musicale per i Sigur Ròs: non
esiste nessuno in grado di toccare le derive psichedeliche
dei Pink Floyd,
la carnalità angelica dei Cocteau Twins
e i vortici dei primi Mogwai come sanno fare questi
quattro ragazzi. Le ultime magie prima che questa
illusione di meraviglia svanisca si chiamano “Gong”
(un abbraccio di archi e di una chitarra malinconica
e ossessiva che mi ricorda da vicino “Before
the winter parade” di Ben Christophers)
e la timidezza di voce e pianoforte di “Heysatàn”.
Poi, dopo le ultime note, solo un silenzio incredulo.
Perché per un’ora si è rimasti
circondati dalla bellezza. E la bellezza è
diventata una cosa rara.
collegamenti su MusiKàl!
Sigur Ros - Agaetis
Byrjun
Sigur Ros - ( )
Pink Floyd - la Kalporzgrafia
Mogwai - Government
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