David
Sylvian è ritornato a Genova, promuovendo,
in effetti, nulla di nuovo (l'ultima "fatica",
"Everything And Nothing", non è
altro che un album antologico con qualche track
inedita) ma regalando, al pubblico genovese, una
sorta di revival della sua produzione migliore.
La band, disposta a cerchio, ha svolto il suo compito
con misurata pulizia, conferendo ai brani di Sylvian
l'adeguata atmosfera, pur senza manifestare grandi
capacità tecniche. Eccezione alla regola,
il funambolico tastierista Steve Tibbets, di chiara
impostazione jazzistica e capace di esibire la propria
versatilità in più occasioni.
Non male il chitarrista Timothy Young, a volte,
però, un po' troppo frippiano;
preciso il bassista John Giblin mentre non ha convinto
pienamente il batterista Steve Jensen, uno della
vecchia guardia (come Sylvian, ex Japan): ha la
mano pesante e il suo drumming è risultato
piuttosto prevedibile, privo di fantasia (un amico,
seduto al mio fianco, alla prima rullata, mi si
avvicina all'orecchio e, con pietosa circospezione,
mi sussurra: "Che vuoi pretendere da un punk
ripulito").
La voce di Sylvian non muta: profonda, affascinante,
a tratti calda, accattivante. Si muove poco sul
palco, sovente si accompagna alla chitarra: sa il
fatto suo e il pubblico apprezza.
Il meglio è emerso dagli estratti dell'irripetibile
e irripetuto "The Secrets Of the Beehive":
le interpretazioni di "Orpheus" e di "The
Man With the Gun" erano da brividi, per non
parlare di una "Waterfront" inedita negli
arrangiamenti. Parzialmente coinvolgente il materiale
del penultimo "Dead Bees On a Cake", tra
luci ed ombre, ma con episodi di alta temperatura
espressiva: su tutte merita il placet la
jazzeria obliqua di "Krishna Blue".
Ovviamente non sono mancati i doverosi omaggi al
compagno di strada Sakamoto, di cui Sylvian ha ricordato
le note del sodalizio in diversi brani eseguiti,
tra cui la colonna sonora "Furyo".
Sylvian e i suoi non si sono risparmiati, concedendo
pure un secondo bis: imbracciata la Telecaster,
il musicista inglese ha chiuso con un brano dalle
forti sonorità indiane, pervaso di parole
di pace e armonia, mai scontate in un'epoca come
la presente.
Qualcosa però non ha funzionato: Sylvian
non è un front man, il suo distacco con il
pubblico denuncia un notevole gap comunicativo:
i brani sono presentati all'essenziale e Sylvian
recita un personaggio schivo, appartato, pur professionalmente
all'altezza.
Rappresentazione musicale riuscitissima, senza sbavature,
quasi in CD ma spettacolo dall'esito dimezzato
o, almeno, privo di quella spontaneità che,
forse, da un concerto "non classico",
ancora si pretende.