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DAVID SYLVIAN
Concerto al Teatro Carlo Felice di Genova (29 settembre 2001)
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di Riccardo Storti scrivi un'email

David Sylvian è ritornato a Genova, promuovendo, in effetti, nulla di nuovo (l'ultima "fatica", "Everything And Nothing", non è altro che un album antologico con qualche track inedita) ma regalando, al pubblico genovese, una sorta di revival della sua produzione migliore.
La band, disposta a cerchio, ha svolto il suo compito con misurata pulizia, conferendo ai brani di Sylvian l'adeguata atmosfera, pur senza manifestare grandi capacità tecniche. Eccezione alla regola, il funambolico tastierista Steve Tibbets, di chiara impostazione jazzistica e capace di esibire la propria versatilità in più occasioni.
Non male il chitarrista Timothy Young, a volte, però, un po' troppo frippiano; preciso il bassista John Giblin mentre non ha convinto pienamente il batterista Steve Jensen, uno della vecchia guardia (come Sylvian, ex Japan): ha la mano pesante e il suo drumming è risultato piuttosto prevedibile, privo di fantasia (un amico, seduto al mio fianco, alla prima rullata, mi si avvicina all'orecchio e, con pietosa circospezione, mi sussurra: "Che vuoi pretendere da un punk ripulito").
La voce di Sylvian non muta: profonda, affascinante, a tratti calda, accattivante. Si muove poco sul palco, sovente si accompagna alla chitarra: sa il fatto suo e il pubblico apprezza.
Il meglio è emerso dagli estratti dell'irripetibile e irripetuto "The Secrets Of the Beehive": le interpretazioni di "Orpheus" e di "The Man With the Gun" erano da brividi, per non parlare di una "Waterfront" inedita negli arrangiamenti. Parzialmente coinvolgente il materiale del penultimo "Dead Bees On a Cake", tra luci ed ombre, ma con episodi di alta temperatura espressiva: su tutte merita il placet la jazzeria obliqua di "Krishna Blue".
Ovviamente non sono mancati i doverosi omaggi al compagno di strada Sakamoto, di cui Sylvian ha ricordato le note del sodalizio in diversi brani eseguiti, tra cui la colonna sonora "Furyo".
Sylvian e i suoi non si sono risparmiati, concedendo pure un secondo bis: imbracciata la Telecaster, il musicista inglese ha chiuso con un brano dalle forti sonorità indiane, pervaso di parole di pace e armonia, mai scontate in un'epoca come la presente.
Qualcosa però non ha funzionato: Sylvian non è un front man, il suo distacco con il pubblico denuncia un notevole gap comunicativo: i brani sono presentati all'essenziale e Sylvian recita un personaggio schivo, appartato, pur professionalmente all'altezza.
Rappresentazione musicale riuscitissima, senza sbavature, quasi in CD ma spettacolo dall'esito dimezzato o, almeno, privo di quella spontaneità che, forse, da un concerto "non classico", ancora si pretende.



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