Si parte dal fondo, da Suzanne Vega che firma autografi con una flemma navigata e gentilezza innegabile, ma con un po’ di distacco signorile, agli astanti leggermente sorpresi di questa spiccata disponibilità, seduta dietro al banchetto dei libri. In questa immagine che racchiude l’intima essenza tra snobismo e naturalezza della cantautrice newyorkese d’adozione c’è anche il senso del concerto, lei con chitarra acustica e fidato chitarrista elettrico, che ha tenuto a Castelnuovo Rangone, sotto un tendone in piazza.
Doveva essere un reading di “Solitude Standing” (2001), il suo libro di racconti, poesie e canzoni inedite, in realtà di poesie la Vega ne ha lette solo un paio e per il resto ha cantato. Molto meglio, spettacolo più fruibile. Confermata invece la figura e presenza sul palco di Valerio Piccolo, traduttore del testo originale e simpatico intrattenitore del pubblico nel tradurre le compite storielle di Susanna.
La cantautrice inizia con “Marlene On The Wall” e da lì continua il suo mini-percorso all’interno della propria carriera, dimostrando di sapere essere ancora toccante e di avere una voce che salta fuori dal profondo. L’atteggiamento, si diceva, è quello un po’ sostenuto di chi conosce il proprio valore e lo vuole sottolineare in ogni dove, probabilmente la Susanna ha i numeri anche come novelist ma questo approccio non aiuta a seguirla. Ci interessa dunque maggiormente quando le note di “When Heroes Go Down” ci riportano a “99.9 F”, bellissimo album del ’92, oppure quando si ascoltano le nuove “Frank & Ava”, “New York is a woman” (presentazione: “New York è come un’attraente ma sinistra signora, che se ti volti ti frega il portafoglio!”), “Pornographer’s dream”, che – in questa ambientazione musicale scarna - ben si amalgamano con la produzione precedente.
Tra gli aneddoti legati ai testi spiccano quelli su “Gypsy” e “In Liverpool”, entrambi legati al suo primo amore, un ragazzo inglese conosciuto ad un campo estivo che la estasiava quando le spiegava l'english breakfast (!). Lei compose per lui “Gypsy”, appunto, e lui le regalò una bandana. Poi lei tornò a cercarlo, a Liverpool, è evidente, ma basta leggere la lirica dell’altro brano per capire che non ci fu un happy end.
Anche “Tombstone” cela alle sue spalle una divertente storiella macabra, che Susanna si è premurata di farci sapere che era la prima volta che raccontava in pubblico: quando morì il gatto, sua madre lo lavò, lo asciugò con il phon, lo mise dentro una scatola che posizionò su un fiume in balia alla corrente. Una sorta di strano funerale laico. Suzanne Vega la scrisse come sorta di testamento, libretto di istruzioni, per la mamma: in caso di morte non voleva essere lavata, asciugata, ecc. ecc.
E mentre il live si chiude inevitabilmente con “Luka” e “Tom’s Diner”, ecco che ci sovviene un’annotazione semiseria: la sofisticata e un po’ altezzosa Vega, abituata a mostrare la sua classe a New York, stavolta si è dovuta esibire sotto un tendone vicina a Peggy, la statua di maiale donata nel 1997 dai salumieri olandesi a Castelnuovo Rangone, più nota come “la città dei maiali”.
Perle ai porci?