Per cercare di comprendere appieno l'importanza
storica e il valore musicale di questo immenso
capolavoro del rock psichedelico mi affiderò
alla descrizione che uno strafatto Hunter S. Thompson
fa di "White Rabbit" nel suo oramai
celebre "Paura e disgusto a Las Vegas".
Il suo avvocato è disteso, con la mente
completamente assente, nella vasca da bagno e
ha intenzione di suicidarsi: chiede perciò
a Thompson di gettare nell'acqua la radio accesa
proprio sul crescendo della canzone dei Jefferson
Airplane, quando la voce di Grace Slick (la più
grande interprete rock insieme alla teutonica
Nico) si plasma con la ritmica avvolgente, straniante
misto di marcetta e incedere orientaleggiante,
fino a raggiungere vette difficilmente immaginabili.
L'avvocato spiega la scelta del brano dichiarando
di voler morire con un suono "ascendente";
raramente un aggettivo è stato usato con
tanta perizia e lungimiranza. Quando la band capitanata,
oltre che dalla Slick, da Paul Kantner, Jorma
Kaukonen e Marty Balin esce sul mercato con questo
lavoro siamo nel pieno dell'esplosione del Flower
Power. La costa californiana è un fiorire
di comunità pacifiste, pronte a professare
l'amore libero e l'armonia totale con il cosmo,
e la musica prodotta risente di questa rinnovata
voglia di libertà.
Eppure "Surrealistic Pillow" presenta
brani che raramente superano i tre minuti e mezzo
- splendida eccezione "Comin' Back to Me",
con quel delicato arpeggio d'apertura e l'immagine
del deserto che ti si staglia chiaramente davanti,
luogo dove il tutto diventa nulla, dove la necessità
diventa superfluo -, diversamente dalle fughe
emotive di un gruppo vicino alla band come i Grateful
Dead (Jerry Garcia viene qui indicato come consigliere
musicale e spirituale).
La psichedelia dei Jefferson Airplane tende a
riempire gli spazi, le canzoni suonano piene come
non mai, i giochi di chitarra rintoccano ora melodiosi,
ora spensierati, ora malinconici, ma su tutto
si svolge una trama riflessiva e pacificante.
Dalla voglia di purezza di "Today" all'irruenza
scatenante di "Somebody to Love", dal
country-folk di "How do You Feel" al
blues di "Plastic Fantastic Lover" che
ricorda le ossessioni di un Leadbelly e la lingua
sferzante di un Dylan,
tutto in quest'album suona perfetto, probabilmente
irripetibile. Anche e soprattutto la ripresa di
un brano di Skip Spence, mente geniale del movimento
psichedelico dell'epoca e sorta di Syd Barrett
americano (prima la sua militanza nei Moby Grape,
poi i problemi che lo porteranno all'isolamento
e alla creazione di un album solista, "Oar",
di assoluto valore).
La "My Best Friend" presente su quest'album
è il simbolo di un movimento, di un breve
periodo storico dove idealismo e pragmatismo andarono
di pari passo. Un mondo che possiamo, a volte,
nelle nostre case, con i nostri vinili e i nostri
cd, risvegliare per qualche ora.
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Skip Spence - Oar