L'incontro tra uno dei più prolifici - e qualitativamente
costanti - cantautori della nuova (nuova?) scena
americana e uno dei chitarristi più eclettici
e 'storti' dell'underground non poteva che essere
un successo. Forse per merito dell'omertà critica
indie o forse per merito del timore reverenziale
verso due nomi del genere accostati assieme in
un lavoro per la Domino (che è tra le quattro
o cinque label indipendenti più importanti del
pianeta terra), ma che il risultato fosse addirittura
così estremamente magnifico, questo non era previsto.
Maledetto Will Oldham! Proprio lui verso il quale
abbiamo sempre provato sì un sentito rispetto,
ma mai oltre la soglia della stima professionale
verso un artista cui non ti sei interessato più
di tanto perché soppiantato dal 'duro' di turno
(che ne so, un Mark Lanegan). E maledetto anche
Matt Sweeney! L'avevamo lasciato in quel pentolone
zeppo di ribollita pastella andata a male chiamata
Zwan e chi si immaginava una resurrezione in grande
stile con uno dei dischi più emozionanti degli
ultimi tempi?
Ecco cos'è "Superwolf": emozione. La stessa emozione
che si prova nell'attimo di incertezza in cui
si smette di respirare e la vita sembra sospesa
da qualche parte in una dimensione inspiegabile.
La stessa che ti attanaglia nel buio e ti fa salire
l'angoscia e la paura. La stessa che ti inquieta
con la sua straziante onestà e nella sua bellissima
e maledetta poetica. Un disco pervaso da un indeterminato
nonsocosa che te lo fa amare, supera ogni
barriera di genere e, come un pugno in pancia,
si fa notare in tutta la sua viscerale potenza.
Una potenza sussurrata che ti suggerisce le emozioni
e te le genera con disarmante facilità.
Che sia un crescendo di organo hammond ("Rudy
Foolish") o un'esplosione elettrica da cui
non puoi e non vuoi salvarti ("Goat and Roam",
una di quelle canzoni che possono potenzialmente
dare senso ad un'esistenza), "Superwolf" ti tradisce
continuamente per farsi poi ritrovare bello come
non mai. Innocente e perverso, malato e salvatore,
catartico e nichilista, contraddittorio e rassicurante.
Una musica dal profilo basso che lavora per sottrazione
- gli strumenti mai fuori misura e sempre quadratamente
in funzione delle parole e delle emozioni - e
riesce nell'intento di creare suggestivi panorami
che, nella loro epicità un po' anacronistica,
danno un senso di pace e insieme spiazzano, ma
è uno di quei paradossi che ti senti di abbracciare
come un fratello e a cui vorresti confidarti.
E questo disco è forse la risposta migliore che
poteva arrivare.
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Bonnie Prince Billy - Master
and Everyone