Chissà perché, mentre ascoltavo
questo “Supernature”, terza prova
dei Goldfrapp, mi tornava ossessivamente in testa
un titolo: non-stop erotic cabaret. Eh
già, i Soft Cell. “Tainted love”.
L’electro-dark anni ’80, sensuale
ed ambigua. Anni ’80, appunto; vent’anni
fa, e forse sarebbe meglio piantarla con il revival
e cercare qualcosa di originale.
Ero rimasto incantato, anni fa, dalle atmosfere
cinematiche di “Felt
mountain”, da quella voce di ghiaccio
e da tutta la sua eleganza; passano due anni,
arriva “Black cherry” e mi ritrovo
Alison conciata come una Louise Veronica Ciccone
un po’ più indie; e adesso, il duo
sembra avere trovato la propria via, cioè
quella di mediare tra la sensualità della
cantante e tra sognanti sintetizzatori. Beh, scusate,
ma rimango piuttosto freddo: “Ooh la la”,
il primo singolo, è certamente efficace,
ma siamo ai livelli di un – seppur sofisticato
– locale di lap dance; “Ride a white
horse” non gode certo di una metafora sottile
nel titolo, eppure riesce a farsi piacere, grazie
a frequenze digitali molto basse e a ritmi più
sostenuti, quasi techno.
Solo quando il modo di cantare di Alison riporta
a “Felt mountain” si esce dal cliché,
e le cose migliorano: accade in “U never
know” dove, tra elettronica spezzata e archi,
la voce si attesta su registri alti e sembra voler
rincorrere Kate Bush. Ma certo!… –
mi dico -… ecco dove Alison Goldfrapp vuole
andare a parare: basta ascoltare “Koko nights”
per capire che la cantante vorrebbe essere una
versione matura e sessualmente più consapevole
della ninfetta di “The
kick inside”. Ma ce n’era tutto
questo bisogno? Davvero? Dopo le solite moine
sexy di “Slide in” (altro potenziale
e inutile singolo), “Let it take you”
rallenta le atmosfere e riesce a sedurre molto
più di prima; se non altro, da questo momento
in poi affiora un po’ di buon gusto, come
nei suoni tipicamente 80s di “Fly me away”,
o nel ritmo che rimbalza e si arricchisce ad ogni
passaggio in “Satin chic”, con quel
pianoforte che sembra provenire direttamente da
un bordello anni ’20.
Il problema dei Goldfrapp, in definitiva, non
sembra essere cambiato dai tempi del debutto:
gli arrangiamenti sono piatti e si ripetono sempre
allo stesso modo: gli archi di “Time out
of the world” potrebbero venire da qualunque
altra canzone di “Supernature” e nessuno
si accorgerebbe della differenza. Forse sarebbe
ora di contraddire i Soft Cell: con tale mancanza
di fantasia, sarebbe meglio interromperlo, questo
benedetto cabaret erotico.
collegamenti su MusiKàl!
Goldfrapp - Felt
Mountain
Kate Bush - The
Kick Inside